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Piccole Donne di Greta Gerwig ci racconta i quattro libri di Louisa May Alcott attraverso un montaggio temporale

Si tratta del settimo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Louisa May Alcott del 1868, Piccole Donne. Questa settima versione vede nel cast alcuni tra i volti del momento e alcuni volti storici nel panorama cinematografico: Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Laura Dern, Timothée Chalamet, Meryl Streep, Tracy Letts, Bob Odenkirk, James Norton, Louis Garrel e Chris Cooper.

Piccole Donne ha ottenuto sei candidature all’Oscar tra cui quella per il miglior film e la Gerwig è per altro l’unica donna a giocarsi la statuetta il prossimo 9 febbraio.
In attesa di questo evento siamo andati in tanti in sala per rivivere uno dei romanzi più importanti della letteratura americana che ha segnato una tappa importante nella formazione letteraria di tante “piccole donne” nel mondo.

I quattro libri sono stati riassunti dalla regista attraverso un espediente narrativo interessante fatto di salti temporali e un montaggio non lineare che ricostruisce sette anni della vita di Meg, Jo, Beth e Amy March e della loro amorevole madre a partire dalla guerra di Secessione americana. Le ragazze vivono con la madre in una cittadina del Massachusetts in attesa che il padre, un cappellano, torni dal fronte; tutte e quattro le sorelle, molto affiatate seppur con caratteri molto diversi, proveranno a inseguire i loro sogni, ma saranno costrette a fare i conti con la società e la cultura patriarcale dell’epoca.

Il film non ha la pretesa di essere innovativo in qualche modo ma si limita a raccontare la storia restando fedele il più possibile all’opera originaria. La prima cosa che salta all’occhio in quest’ultima versione è il discorso femminista di Jo che viene esteso alla condizione della donna in generale puntando sul tema del matrimonio come questione economica.

La questione della donna è sicuramente un argomento importante in qualsiasi epoca ma dal romanzo della Alcott è sempre stata molto evidente la componente della crescita. Chi portava avanti la bandiera femminista e indipendente era senz’altro Jo, una Jo più vicina al mondo di oggi, un personaggio di una tridimensionalità e di una freschezza che è quasi commovente. Purtroppo Jo in questo film ci porta a riflette che poche cose sono davvero cambiate e che dalla donna ci si aspetta ancora le stesse cose di un tempo.

Jo diventa dunque il perno della storia, la chiave di volta di ogni cosa la ragazza che si trova a metà strada tra l’attaccamento alla famiglia e il desiderio di indipendenza. Tra la paura e la voglia di un amore e la passione per la scrittura.
Che per i nostri tempi è un po’ come esprimere il classico dilemma: scelgo la famiglia o la carriera?
E purtroppo nel 2020 stiamo ancora a porci problemi di questo tipo e come la nostra Amy March dice saggiamente a un certo punto del film: una giovane donna deve essere pratica e pensare a come mantenersi. Per Amy la soluzione è un buon matrimonio ma Jo rappresenta l’eroina ideale che riesce a fare tutto: amare, essere amata e vivere della propria arte.

L’obiettivo del film è dunque raggiunto, un’opera cinematografica che si ispira ad una letteraria precedente deve saper raccontare la storia dandole nuovo smalto e adattandola ai tempi.
In questo caso il lavoro è doppiamente riuscito anche per gli eccezionali interpreti che vi fanno parte.

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