Stefano Duranti Poccetti è scrittore, giornalista e traduttore, durante l’intervista vogliamo esplorare proprio quest’ultima qualità per la quale Poccetti ha, in effetti, molte novità da raccontare che riguardano l’interpretazione letteraria di classici francesi, con una particolare attenzione per Victor Hugo, ascoltiamolo.

Ciao Stefano, innanzitutto, come hai cominciato a tradurre?
La passione per la traduzione è nata in modo, direi, casuale. Partiamo dall’inizio: conosco la lingua francese in virtù di una esperienza Erasmus a Parigi maturata anni fa, poi non ho abbandonato l’amore per questa lingua e ho continuato ben volentieri a leggere di tanto in tanto poesia e romanzi in francese. Devo dirlo, non sono un traduttore, o perlomeno non mi sento tale. Non ho studiato per essere un interprete letterario, sono invece un poeta che si è avvicinato alla traduzione proprio per amore verso la poesia stessa, per il desiderio di scoprire nuove liriche. È così che, per curiosità, ho iniziato a tradurre poesie. Si tratta di opere di Louise Colet, Pierre de Ronsard, Victor Hugo. Poi la passione ha preso una piega inaspettata e sono arrivati subito i primi traguardi importanti.

immagine in bianco e nero in primo piano di Victor Hugo

Tant’è vero che la prestigiosa rivista Poesia di Nicola Crocetti acconsente a pubblicare tue traduzioni di Louise Colet.
Per me non è stato solo raggiungere un traguardo, ma realizzare un sogno. Devi sapere che quando ero ragazzino collezionavo i numeri della rivista Poesia. È stato un piacere per me essere entrato in contatto con un grande traduttore come Nicola Crocetti e un onore il fatto che abbia accettato le liriche di questa brava e poliedrica poetessa poco conosciuta, passata alle cronache per il suo legame amoroso con Gustave Flaubert. Essere stato pubblicato sulla rivista assume per me un valore ancora più sentimentale, se si pensa che il mio materiale è uscito sul numero di marzo, il penultimo di quel formato mensile per come lo conoscevamo dal lontano 1988. Da maggio 2020 infatti Poesia è diventata un bimestrale e si sa che i cambiamenti sono sempre delicati. Ne approfitto dunque per inviare un grande in bocca al lupo a Crocetti e a tutta la redazione, perché questa nuova fioritura avvenga nel migliore dei modi.

Dopo Louise Colet ti dedichi a Pierre de Ronsard.
De Ronsard è uno degli esponenti principali del Cinquecento francese. Dante cantava Beatrice, Petrarca Laura, lui Elena, è per questo che la sua opera principale è Sonnets pour Hélène. Queste brevi composizioni vivono di un raro vigore, in grado di portarci verso il piano soprannaturale. Di Ronsard ho tradotto una decina di liriche, che saranno pubblicate sulla rivista La Battana. In seguito ho tradotto soprattutto Victor Hugo…

Ti avrei, infatti, posto una domanda a parte su Hugo. Perché scegliere di confrontarsi con, forse, il più grande scrittore francese mai esistito? Hai pubblicazioni in vista in questo senso?
A volte nella vita accadono cose a dir poco paradossali. In tal caso, si considera in Italia Victor Hugo un grande romanziere, dimenticando completamente che è stato al pari – sia per quanto riguarda la mole dei lavori sia per la qualità – un grandissimo Poeta. Ma, ci potrai credere o meno, a oggi in questo senso non è stato tradotto quasi niente. Mi risulta che, a parte qualche raro volume di decenni fa, solo la Mondadori abbia stampato alcune sue poesie in una raccolta antologica del 2002, ma dopo di quello il nulla. È così che ho tradotto una cernita di sue liriche provenienti da diverse raccolte, le quali saranno pubblicate a breve dalla casa editrice Ensemble di Roma, con la quale avevo già avuto il piacere di stampare la mia raccolta poetica Frammenti dalla Senna, sempre collegata con la Francia e alla mia esperienza a Parigi. Con Hugo non mi sono fermato e ho continuato. Traducendo le dette poesie mi sono imbattuto in un’opera che ha attirato fin da subito la mia attenzione, raccolta nella silloge La Légende des siècles. Si tratta del ciclo Les chevaliers errants, in cui sono raccolti due brevi poemi cavallereschi: Le petit roi de Galice ed Eviradnus. Mi sono immerso nel fantastico mondo di Hugo, che posso ora annoverare, per tutto quello che mi ha insegnato e che mi sta insegnando, tra i miei Maestri. È stato un vero e proprio viaggio (i viaggi non si fanno solo in aereo o in nave), stupendomi per la meraviglia di questi poemi. Il ciclo sarà pubblicato dalla casa editrice siciliana Nulla Die.

È stato facile trovare case editrici disposte a pubblicare?
Guarda, credevo sarebbe stato più facile. Sono un poeta, so che non è semplice trovare editori, ma ero convinto che proponendo un nome importante come quello di Hugo la strada sarebbe stata spianata. In realtà non è stato così e molti editori hanno rifiutato, o semplicemente, com’è di loro uso, non risposto. Insomma, a volte mi è venuto anche un po’ da ridere, nel vedere trattare Hugo come fosse un Autore qualunque. Poi per fortuna è arrivata la proposta della già citata Nulla Die, una realtà veramente interessante e che stabilisce con gli autori un legame molto serio e professionale. Una figura prestigiosa come quella di Hugo, giustamente, non se l’è lasciata sfuggire.

Che cosa significa per te tradurre?
Per me, che sono un poeta, tradurre significa entrare dentro la Poesia. Come il meccanico impara a capire i congegni dei veicoli, io ho potuto comprendere gl’ingranaggi di questi grandi Autori, e questo non mi ha permesso solo di migliorare come traduttore, ma anche come poeta. Non si entra solo dentro lo stile, ma anche dentro l’anima dell’Artista, si crea un legame spirituale, come se in certi frangenti lo scrittore torni in vita e sia proprio lui a suggerirci il verso più adatto.

Cos’hai imparato della traduzione? Come si traduce?
Come dicevo, sono un poeta, non un traduttore. Può essere che un traduttore professionista non ami in certi casi il mio modo di approcciarmi al testo. Io miro al Bello e al Rispetto. Mi spiego: miro al Bello, perché questi Autori hanno scritto poesie meravigliose, non solo concettualmente, ma anche esteticamente, ed è per questo che il risultato della traduzione deve essere armonico, equilibrato, musicalmente e ritmicamente piacevole, come l’originale, benché non sempre sia possibile mantenere la rima, se non forzando (e preferisco non farlo, forzare significa perdere di fluidità e di bellezza). In questo senso a volte leggo traduzioni non di mio gradimento, ancora oggi alcuni traducono Autori classici con un gergo eccessivamente arcaico, oppure lo fanno, appunto, soltanto da traduttori e non da poeti, rinunciando così al Bello. Il Rispetto è invece quello nei riguardi dell’Autore, che si accresce se questo è deceduto e non ha possibilità di replicare alle nostre azioni. Ci vuole responsabilità, bisogna mettersi in ascolto di quell’anima, capire quello che voleva da quella frase e renderla nella nostra lingua nel modo più giusto possibile.

E adesso, continui a tradurre?
In questo momento ho per le mani alcune liriche di Alfred de Musset, Autore veramente ingegnoso e stimolante. Ho poi eseguito alcune traduzioni poetiche da Marceline Desbordes-Valmore, la poetessa che Verlaine inserì nella sua Antologia dei Poeti Maledetti, le quali troverete in uno dei prossimi numeri di Poesia. Sono contento che saranno pubblicate, perché vale veramente la pena far conoscere meglio questa scrittrice nel nostro Paese.