Una delle peculiarità che rendono uniche le famiglie sono i “modi di dire”, piccoli aggrovigli lessicali che disegnano un’intima unicità.
Il romanzo “Lessico famigliare” è la storia di una famiglia ebrea e antifascista durante il regime nazifascista in Italia, quella della stessa scrittrice Natalia Ginzburg, che fa di questo libro molto più di un’autobiografia, ma un suo personale diario, tanto che lei stessa dice “Non so se sia il migliore dei miei libri: ma certo è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà”.
La storia si svolge a Torino fra gli anni Trenta e Cinquanta dove Natalia, ultima dei cinque figli Levi è la voce narrante; lei stessa ripercorre le vicende dei suoi cari mantenendo quell’aurea di candida fanciullezza e di assoluto rispetto per la verità, tanto da riportarne anche il frizzante linguaggio fatto di motti, modi di dire e abitudini che a mano a mano conquisteranno il lettore tanto da diventargli per l’appunto famigliari.
Ogni personaggio acquista una sua speciale singolarità; la figura del padre Giuseppe, professore d’anatomia, è ricordata attraverso le sue urla e le sue risa, i fratelli attraverso i loro litigi, la sorella Paola attraverso i primi amori.
Il Padre è quello che più di tutti caratterizza la storia, personaggio tenero e dispotico al tempo stesso, inventa termini per raccontare la sua indignazione o disapprovazione, come per esempio: non tollera che a tavola s’intinga il pane nel sugo chiamando questi gesti “potacci o sbrodeghezzi”; e mal sopporta i modi goffi e impacciati, da lui inesorabilmente definiti “negrigure”; la rievocazione delle vicende dei propri cari si accompagna alla riproduzione fedele del linguaggio.
Nel suo libro, la Ginzburg affronta con un certo pudore la prigionia del padre, la fuga oltre confine dei fratelli, la reclusione e l’uccisione del primo marito, racconta il disperdersi della propria famiglia d’origine a causa della guerra, delle morti, della lontananza, riuscendo comunque a conservare la semplicità e la freschezza che contraddistinguono i suoi scritti.
Il messaggio implicito di questo romanzo è molto intenso e ci fa capire che sono i nostri genitori, i nostri fratelli, gli amici di un tempo i soli testimoni di quello che siamo stati, e che ora non siamo più.
Vincitore del Premio Strega 1963 “Lessico famigliare” ottenne da subito un grande successo editoriale grazie alle numerose recensioni positive ma anche e soprattutto grazie al passaparola degli stessi lettori.
Incipit
“Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: Non fate malagrazie! Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci! Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi! E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste una table d’hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via.”
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