Cinema

Ricordando Ray Liotta, che ha interpretato personaggi del Lato Oscuro con uno stile indelebile

Ray Liotta, morto a soli 67 anni, è stato un grande attore che non era secondo a nessuno quando si trattava di interpretare teppisti, furfanti, mascalzoni, psicopatici e fighi.

Ovviamente, dirlo in questo modo è riduttivo, perché non era l’unica cosa che sapeva fare. Basti pensare alla sua amata interpretazione in “L’uomo dei sogni”, dove aveva la parte di Shoeless Joe Jackson come un fantasma impetuoso del passato del baseball. Ma quando compariva in un film come “Cogan – Killing Them Softly”, “Cop Land”, “Abuso di potere”, “Blow” o il recente “No Sudden Move” e interpretava uno dei suoi tipi di violenze infernali, si sentiva sempre la sua carica.

Naturalmente, si può dire che l’interpretazione di Liotta preferita dalla maggior parte del mondo è quella in “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese. È stato, e sarebbe sempre stato, il ruolo chiave di Liotta – il suo “Mean Streets”, il suo “Padrino”, la sua dichiarazione iconica come attore.

È affascinante pensare che il film, per tutte le sue ipnotiche fughe nella malavita, era alimentato da una domanda stuzzicante: Henry Hill, il mafioso e realmente esistito interpretato da Liotta, era un sociopatico proprio come l’altro Ray interpretato in Qualcosa di travolgente?

Certamente minacciava, ingannava e uccideva le persone. Ma il film ha anche presentato Hill, a suo modo, come un uomo comune, un ragazzo del quartiere che “voleva essere un gangster”, che ha deciso di esserlo. E la genialità della recitazione di Liotta sta nel fatto che ha messo quella punta di umanità borghese proprio al centro del personaggio. L’interpretazione inizia con una nota di bravura e poi scende nel tradimento, nella mania della droga e nella paura. Ma ci stava mostrando cos’è veramente un gangster. Alla fine bisogna essere sociopatici per invidiarlo.

Liotta non voleva necessariamente essere incasellato nella categoria degli scagnozzi e per un po’ ha provato a fare il simpatico, in film come “Articolo 99” e “Una moglie per papà“. Non era male; era un attore troppo abile per fallire. Eppure, nonostante il ricordo di Shoeless Joe Jackson, dopo “Quei bravi ragazzi” il pubblico si è allontanato da lui in quei ruoli.

Forse perché Liotta aveva una rabbia che non riusciva mai a nascondere del tutto. Emergeva anche nei suoi film commoventi, in quel modo un po’ troppo enfatico di parlare.
Ha fatto così tanti film di genere che la gente è arrivata a considerarlo un attore di film che faceva solo quelli. Quando si presentò in “I molti santi del New Jersey” nel ruolo del padre scellerato di Dickie Moltisanti, era più puramente malvagio di quanto non fosse mai stato, eppure ormai tutti ci accontentavamo del suo atteggiamento oltraggioso da mafioso.

Eppure, tre anni prima, Liotta aveva offerto un’interpretazione che trascendeva tutto questo e che dimostrava, ancora una volta, cosa poteva fare quando era nelle mani di un regista di livello mondiale. In Storia di un matrimonio” di Noah Baumbach, Liotta interpretava Jay Moratta, un costoso avvocato divorzista, con tanto di anello ingioiellato al mignolo, che prometteva di portare la potenza del fuoco al marito estraneo interpretato da Adam Driver, mentre cercava disperatamente di tenersi i figli.

Liotta ha interpretato il personaggio in modo oscenamente e sfacciatamente ricco sfondato (come se fosse una legge immutabile della natura quella di dover spendere 800 dollari all’ora per ottenere la custodia dei figli). L’ha anche reso un grande avvocato che riesce a far uscire il suo cliente da qualsiasi questione. E lo ha reso un parassita, uno che rivela che la sua “guerra” con l’avvocato di Laura Dern è tutta una messinscena (per lo più è una messinscena anche per lei), poiché entrambi trarranno profitto dal caso.

Soprattutto, però, Liotta ha interpretato questo viscido legale dalla voce grave con uno stile ipnotico, tre passi avanti rispetto alla sala. È stata un’interpretazione per la quale avrebbe dovuto vincere un premio, un’interpretazione, come tutti i suoi migliori lavori, troppo deliziosa nella sua sinistra teatralità per essere dimenticata.

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