Scarlett Johansson, Adam Driver e Laura Dern al Lido di Venezia per la presentazione di Marriage Story diretto da Noah Baumbach.
Come ci suggerisce il titolo è la storia di un matrimonio e della sua fine. Il regista ha voluto raccontare il percorso di una coppia quando l’amore finisce e ci si deve contendere la custodia del figlio.
I due si sono amati, molto, ma come accade spesso anche nelle storie migliori, e forse proprio in quelle dove c’è più dolore, i due si separano.
Il film inizia mettendoci a nostro agio, sentiamo la voce dei protagonisti che descrivono il coniuge, tutti i suoi pregi e le qualità mentre vediamo il personaggio in azione. Le prime parole che sentiamo dunque sono parole d’amore e questo ci concilia molto e ci fa sentire cullati. Ci da la speranza che ci serve per credere che amarsi è possibile. Ma poi veniamo catapultati nella realtà, quello che stavamo guardando era un flashback, l’amore è finito e i personaggi che stiamo già amando in coppia dobbiamo conoscerli separatamente perché stanno divorziando.
Non si può non pensare a film come Kramer contro Kramer o Storia di noi due, opere struggenti che raccontano la fine di un amore e i tentativi di riformulazione del nucleo familiare partendo dai cocci. Ma a differenza degli esempi qui riportati, Marriage Story si concentra molto sulla coppia più che sul rapporto che i singoli genitori hanno con il figlio. Paradossalmente i figlio diventa marginale rispetto al modo in cui ciascuno dei due protagonisti affronta la separazione.

Adam Driver conferma le sue doti interpretative dimostrando di poter dare voce a qualsiasi personaggio, non solo drammatico. Pochi sanno che tra i suoi primi ruoli c’è quello di Adam Sackler nella serie televisiva Girls, in cui il suo era un personaggio brillante. Chi lo ha conosciuto con J. Edgar di Clint Eastwood o Lincoln di Steven Spielberg o ancora Hungry Hearts di Saverio Costanzo stenterebbe a riconoscerlo in un ruolo comico. Anche in questo film non mancano i momenti ironici, buffi e brillanti nelle scene dedicate al rapporto con il figlio oppure al lavoro di regista teatrale.

Per certi versi questo film, nelle sue elucubrazioni sul matrimonio, il rapporto uomo – donna, padre – figlio e il confronto e la contrapposizione tra due città molto diverse come Los Angeles e New York ricorda lo stile di Woody Allen e in particolare Io e Annie, per fare un esempio, che più si avvicina a questo tipo di discorso.


Scarlett Johansson è stata per altro una delle muse di Allen e veste molto bene il ruolo dell’attrice trasandata, sciatta e insicura. Possiamo dunque apprezzarla in un ruolo nuovo che di sensuale non ha nulla. Sembra una Johansson diversa, più matura, rispetto a quella delle origini e l’interpretazione in questo film conferma la sua crescita e il saper scegliere i giusti progetti.