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Top &flop: “La Teologia del cinghiale” Gesuino Nemus, il nuovo Vate d’Italia

È stato un acquisto dato da un solletichio alla coscienza nato dalla copertina e dal titolo vagamente blasfemo, anzi in odore di eresia: La teologia del cinghialedi tale Gesuino Nemus edito da Elliot Edizioni.

Mai scelta fu più azzeccata. Perché come recita pagina 14 il cinghiale è una preghiera. Coi cani ė un rosario. Senza cani un Te Deum. Senza cani, di notte e di frodo, è l’Osanna.

Il carabiniere semplice Piras, il prete gesuita Cossu don Egisto, la signorina Matilde il maresciallo De Stefani sono la grande famiglia dei due migliori amici Matteo Trudìnu e Gesuino, il vero piccolo ma grande protagonista di questa “Missa ad maiorem Dei gloriam” che a Don Co’ diceva acchicchiando per la balbuzie io solo al mondo sono…non ho padre ne madre io.

Ambientato in un paesino dell’entroterra ogliastrino, nella Telévras della fine degli anni 60, la Teologia è davvero un piccolo inno alla vita orchestrato sulle note di misteri, colpe antiche, segreti e rivelazioni.

Un romanzo geniale e pirotecnico. Un giallo. Poetico, cinematografico e radiofonico; comico, verista e visionario insieme. In questo libro di XXII capitoli c’è tutto. È arte pura e cruda capace di raffigurare l’affresco della vita. Un mosaico in cui i personaggi, le ambientazioni, le voci, le superstizioni di una terra antica come la Sardegna diventano paradigma dell’intero “continente” italico. Sì perchè c’è un po’ di Gesuino Nemus in ciascuno di noi.

Non esageriamo (ed il plurale maiestatis qui ė d’obbligo) nel definire La Teologia del cinghiale un vero capolavoro della letteratura italiana, una vera e propria prosopopea della “Paranza Imperiale” dove dialettismi, citazioni colte, ironie e finti infantilismi sono capaci di portarti al settimo cielo dal ridere e subito dopo schiantarti nel più profondo degli inferni.

Un romanzo “da bere”, non tutto d’un fiato, senza aspettative e senza pregiudizi ma con grande attenzione, per scoprire il gusto più buono di tutti, quello della semplicità di un “minus habens”.
Interessante l’espediente del testo a fronte italiano – sardo che rende il tutto ancora più “saporito”.
Una vera e propria scoperta, consigliatissimo ai tanti in cerca di un libro da godere.

Ah dimenticavo, Gesuino ( lo chiamo per nome, e io posso perché ormai siamo diventati amici intimi dopo questa lettura intensiva) si è conquistato il premio Campello Opera prima, ha vinto il Premio Osilo 2016, del Premio Selezione Bancarella e di POP: Premio Opera Prima–Master in editoria oltre che del Premio John Fante 2016.

Per essere un esordiente dai, diciamocelo, ha sbancato e una lettura se la merita tutta, altro che “la ballata degli impubblicati” che leggiamo nella Teologia.

Gesuino Nemus è uno scrittore esordiente di 58 anni che nella realtà si chiama Matteo Locci, ogliastrino di 12 generazioni, emigrante di Jerzu, che nella sua esistenza ha fatto davvero tutto, oltre 28 lavori, dal contadino all’attore all’operaio all’editor per le case editrici. Negli Anni 90 la radio, la televisione, il teatro, la scrittura per altri; nei 2000, l’inferno della disoccupazione: anni però accomunati dalla passione per la scrittura. Ha scritto per tutta la vita senza mai far leggere niente a nessuno. In silenzio, come se fosse una terapia contro la solitudine. Ha cominciato a “quasi 12 anni” e dopo oltre quarant’anni di scrittura “silenziosa” si è trovato tra le mani quasi 9 milioni di caratteri per un totale di 18 libri di circa 300 pagine. Vittoria e nomination inaspettate lo hanno quasi tramortito “Mai avrei immaginato che i librai indipendenti, gli unici eroi che io ami veramente, mi scegliessero e mi votassero. È stato come se mi avessero, inconsciamente, premiato per tutto l’amore che io ho avuto nei loro confronti fin da quando avevo sei anni, comprando sempre i libri da loro, anche dai bancarellai”.

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