Cinema

Ingredienti superbi in “The Menu”, ma rimane vagamente insipido. Recensione

Dal 17 novembre è nelle sale The Menu, film di genere comedy horror. Vanta un cast eccezionale con Ralph Fiennes, Anya Taylor-Joy, Nicholas Hoult e John Leguizamo. Le materie prime ci sono, lo chef-regista Mark Mylod impacchetta un prodotto che manca un po’ di sale.

Una commedia horror grottesca

The Menu nasce da un’esperienza del suo sceneggiatore Will Tracy in un ristorante stellato norvegese, il Cornelius Sjømatrestaurant. È proprio all’interno del ristorante dello chef di cucina molecolare Julian Slowik (Ralph Fiennes) che passiamo gran parte del film.

Il genere della pellicola è comedy horror, un accoppiamento che vuole generare scene tendenti all’horror in una cornice perfettamente ordinaria – per quanto sia ordinario cenare in un ristorante stellato. Il risultato è che le scene risultano grottesche, totalmente inaspettate e ci turbano più di quanto anticipiamo.

In questo The Menu fa un ottimo lavoro, soprattutto nella prima metà. Il ristorante Hawthorne situato su un’isola privata, il leggendario chef Slowik e le identità dei clienti emanano mistero. Piatto dopo piatto si scoprono le regole del ristorante e tutto si tinge di macabro.

La divisione in portate

Il film è scandito in momenti identificati dalle portate del menù. Dall’antipasto in avanti, le portate vengono illustrate dettagliatamente dallo chef e presentate allo spettatore con un’apposita inquadratura che ne presenta il nome e gli ingredienti.

Passare dalla portata precedente alla successiva è come scendere ancora più in profondità nel pericolo e nello spavento. Viene a galla la vera natura sia dello staff che degli avventori, e Slowik svela man mano le sue reali intenzioni e motivazioni.

La seconda metà purtroppo è decisamente più debole sotto questo punto di vista. Svanito il fascino del mistero, il compito di trascinare la visione passa alla pura suspense della sopravvivenza. I clienti riusciranno a salvarsi dal giudizio dello chef?

Per l’appunto, la seconda metà non regge tutte le aspettative create in fase di build-up. Riserva comunque un intrattenimento più che sufficiente ed un finale molto scenico, il tutto impreziosito da un comparto tecnico superlativo e da una durata contenuta e assolutamente corretta, 1 ora e 40 minuti.

Recitazione, regia e fotografia di alto livello

Il lato “tecnico” di The Menu è davvero pregevole. Su tutto spiccano le prove attoriali, specialmente di Ralph Fiennes nei panni dello chef Julian Slowik. Misterioso, intimidatorio ma anche incredibilmente umano. Una scena in particolare che lo vede protagonista è probabilmente la migliore scena del film.

Margot/Erin (Anya Taylor-Joy) è il personaggio con il quale il pubblico si identifica. È il più umano fra gli avventori e le sue reazioni sono quelle che molti di noi avrebbero avuto di fronte a quelle situazioni. Taylor-Joy è perfettamente in grado di restituire tutti questi elementi con la sua recitazione.

La regia di Mark Mylod sfrutta gli spazi della sala e della cucina per offrire spunti interessanti su cui spiccano i dettagli sulle varie portate. La fotografia va di pari passo alla narrazione e passa dalla luce del giorno, filtrata attraverso le grandi finestre che si affacciano sul mare, all’oscurità serale che chiude la sala come in una scatola buia.

Ultimo appunto per la scenografia, attenta e precisa in tutto ciò che ci aspetteremmo da un ristorante stellato e che riesce a farci sentire davvero in un ambiente prima elegante ed esclusivo, poi freddo e spietato.

Il pelo nell’uovo

Gli elementi descritti sarebbero potuti essere gli ingredienti per una ricetta fantastica, ma The Menu pecca di superficialità nell’affrontare le sue tematiche.

Slowik ha perso l’amore per l’arte culinaria e ne individua le colpe nei commensali. Mariti infedeli, clienti abituali senza affetto per il lavoro dello chef, fanboy snob e star del cinema cadenti, ognuno è causa in un modo o nell’altro di aver fatto perdere a Slowik la passione per il suo lavoro e, più in generale, per la vita.

La critica del film è più universale e si rivolge alla tendenza del mondo moderno di anteporre la forma alla sostanza, il prestigio all’esperienza vera e propria, il denaro alla passione.

Questa critica si declina in varie forme per ogni cliente, ma mette troppa carne al fuoco e rimane di conseguenza poco cotta. Che ci si trovi d’accordo o meno, è una morale piuttosto banale, che probabilmente tocca molto di più chi ha lavorato nel mondo della ristorazione (anche se, ovviamente, la critica è universale e non riservata solo alla cucina).

Tirando le somme

The Menu è un ottima visione che cattura lo spettatore col suo fascino grottesco e lo trascina sempre più a fondo come se egli stesso fosse uno dei clienti del ristorante.

La seconda metà, sebbene più debole, è comunque piena di avvenimenti e di tensione. Il ritmo scandito dalle portate facilita la visione e ci fa domandare cosa ancora avrà progettato lo chef per il suo menù.

La tematica di fondo però viene svelata ben presto e non scava in profondità tanto quanto ci si aspetterebbe. La recitazione e i momenti di black comedy lo rendono comunque un film perfetto per gli amanti del grottesco e della suspense.

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