Misurare il salto delle rane, o il peso dei non detti | L’ultimo lavoro di carrozzeria Orfeo al Teatro Vascello di Roma
Una provincia immaginaria, tre donne che condividono un lutto e un groviglio di silenzi mai davvero sciolti. È l’ultimo lavoro di carrozzeria Orfeo in scena al Teatro Vascello di Roma fino all’8 febbraio.
C’è un paese che sembra fuori dal tempo, affacciato su un lago e circondato da una palude. Un luogo isolato, fermo negli anni Novanta, dove il passato continua a bussare e il dolore trova sempre il modo di tornare a galla. È qui che prende forma lo spettacolo scritto e diretto da Gabriele Di Luca, con la co-regia di Massimiliano Setti: un racconto che intreccia ironia e ferita, memoria e rimozione.
Tre donne cercano di confrontarsi con un lutto che le segna profondamente: la scomparsa della giovane figlia di Lori lascia dietro di sé ferite e parole mai pronunciate. Lori, madre sola e segnata da un passato doloroso, fatica a dire ciò che prova; Betti, amica-sorella, cerca rifugio in un’amara ironia e nella cura di Froggy, la rana che diventa specchio di affetto e protezione, e simbolo di ciò che non può essere sostituito. Iris, giovane donna venuta dall’altra sponda del lago, osserva, scuote e raccoglie i messaggi taciuti, portando alla luce verità sospese e sentimenti nascosti.
La regia costruisce un impianto riconoscibile nello stile della compagnia: ritmo serrato, dialoghi realistici, un’alternanza costante tra leggerezza e tensione emotiva. La scenografia di Enzo Mologni, curata e immersiva, restituisce un ambiente chiuso, sospeso, quasi claustrofobico, in cui il passato esercita una forza di gravità costante. È una regia efficace nel tenere insieme tempi, atmosfere e dinamiche, anche se talvolta sembra fermarsi sulla superficie del trauma, suggerendo più che scavando fino in fondo.
Il testo è ben scritto, fluido, piacevole, in linea con le aspettative che Carrozzeria Orfeo ha costruito nel tempo.
Il cuore emotivo dello spettacolo pulsa soprattutto attraverso Betti, il personaggio più riuscito e stratificato. La sua è una figura rotonda, profonda, attraversata da un’evoluzione credibile; un personaggio che tiene insieme ironia, rabbia, fragilità e nostalgia. L’interpretazione di Chiara Stoppa la rende magnetica, capace di sostenere i momenti più intensi della narrazione e di imprimere una direzione emotiva all’intero racconto.
Accanto a lei, Lori (interpretata da Elsa Bossi) e Iris (Noemi Apuzzo) appaiono più fragili sul piano drammaturgico. Lori resta a lungo imprigionata in una durezza quasi monolitica; il cambiamento che si intravede nel finale arriva, ma senza un percorso pienamente preparato lungo lo sviluppo della storia. Iris, invece, è il personaggio più debole, e proprio per questo apre una domanda: è davvero l’anello fragile, o è l’elemento destabilizzante, colei che smuove le acque stagnanti e costringe gli altri a guardare ciò che hanno sempre evitato?
È attraverso Iris che emergono verità taciute, affetti mai dichiarati, sensi di colpa stratificati. È lei a raccogliere il messaggio della figlia di Lori, ritrovato in una bottiglia: un’immagine potente, che racconta parole affidate al caso, lasciate andare alla deriva nella speranza che qualcuno, prima o poi, le ascolti davvero.

Il tema più convincente è quello dell’incomunicabilità. La difficoltà di mettersi a nudo, di riconoscere apertamente l’amore, il rimorso, il dolore: tutto sembra parlare di comunicazioni interrotte. Lori e Betti tengono l’una all’altra, ma non riescono mai a dirlo. Si proteggono restando distanti, proprio quando avrebbero bisogno di avvicinarsi. Iris ama il marito, ma non riesce a condividere con lui il proprio mondo interiore, il proprio modo di sentire e di guardare la realtà. Tutti parlano intorno, mai davvero dentro l’altro.
La tematica femminile è presente, anche se appare più evocata che attraversata in profondità. Betti odia gli uomini perché intravede in loro una prepotenza strutturale, una stortura nel modo di occupare lo spazio e imporsi. Lori, segnata da un marito alcolizzato, sceglie di crescere la figlia da sola. Iris, nei momenti più intimi con il marito, scorge la natura dominante dell’uomo. Spunti forti, potenzialmente incisivi, che però non diventano un vero filo rosso capace di unire le tre donne in un’esperienza condivisa e trasformativa.
Solo quando – dopo vent’anni – la verità sulla tragica scomparsa della giovane viene alla luce, la narrazione vira verso un gesto estremo. Una svolta che prova a condensare rabbia, rivalsa e dolore collettivo, ma che lascia il dubbio di arrivare troppo rapidamente per sedimentarsi come reale presa di coscienza.
Misurare il salto delle rane convince, coinvolge, emoziona.
Pur lasciando la sensazione che alcune delle sue piste promettenti non affondino del tutto, resta potente l’immagine di parole che non raggiungono la riva e di salti misurati, sospesi tra coraggio e limite, che parlano di fragilità, legami, aprendo alla possibilità di un contatto vero.
CREDITS:
Misurare il salto delle rane
Carrozzeria Orfeo
Premio della Critica A.N.C.T. 2025
Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti
Con (in o.a.) Noemi Apuzzo (Iris), Elsa Bossi (Lori), Chiara Stoppa (Betti)
Assistente alla regia Matteo Berardinelli Musiche originali Massimiliano Setti
Scene Enzo Mologni
Costumi Elisabetta Zinelli
Ideazione luci Carrozzeria Orfeo
Direzione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi
Realizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due
Realizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due
Illustrazione locandina Federico Bassi, Giacomo Trivellini Foto di scena Simone Infantino
Organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini Ufficio stampa Raffaella Ilari
Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival
In collaborazione con Asti Teatro 47
