Una serie che scuote, Salvador affronta incel e neonazismo senza sconti: perché guardarla | Il lato oscuro che ignoriamo
Ci sono serie pensate per intrattenere e altre che scelgono deliberatamente di disturbare, mettere a disagio e costringere lo spettatore a guardare ciò che spesso preferirebbe ignorare. Salvador appartiene senza esitazioni a questa seconda categoria. La nuova serie spagnola di Netflix, disponibile in 8 episodi dal 6 febbraio, affronta due dei fenomeni più inquietanti e attuali della nostra contemporaneità: il mondo degli Incel e la diffusione del neonazismo tra i giovani. Lo fa senza semplificazioni, senza retorica e senza offrire risposte comode, scegliendo invece di porre domande scomode e necessarie.
Salvador è un racconto che non chiede allo spettatore di schierarsi immediatamente, ma di osservare, ascoltare e comprendere. È una serie che prescinde da orientamenti politici, culturali o generazionali e che parla a chiunque viva dentro una società attraversata da rabbia, frustrazione e senso di esclusione. Il suo valore sta proprio nella capacità di trasformare temi spesso ridotti a slogan o titoli sensazionalistici in una narrazione umana, complessa e profondamente inquietante.
Una discesa nella radicalizzazione quotidiana
Il protagonista di Salvador è un uomo che porta addosso il peso delle proprie sconfitte. Ex medico, oggi lavora come autista di ambulanze, cercando di sopravvivere a un passato segnato da dipendenze, fallimenti personali e un rapporto lacerato con la figlia Milena. La sua vita sembra sospesa, priva di un vero centro, fino a quando scopre casualmente che la ragazza è entrata a far parte di un gruppo estremista violento, fondato su ideologie razziste e omofobe, in totale contraddizione con i valori che lui ha sempre cercato di trasmetterle.
Da questa rivelazione prende forma il cuore della serie. Salvador non si limita a raccontare il pericolo dell’estremismo, ma indaga ciò che lo rende possibile. Quali vuoti interiori spingono una persona verso la violenza? Quali fragilità rendono seducente un’ideologia che promette appartenenza, identità e risposte semplici a problemi complessi? La serie suggerisce che la radicalizzazione non nasce dal nulla, ma si alimenta di solitudine, frustrazione, mancanza di riconoscimento e incapacità di gestire il fallimento.
Il racconto si muove su più livelli, mostrando come il fenomeno degli Incel, i cosiddetti “celibi involontari”, e il neonazismo condividano una matrice comune: la ricerca di un colpevole esterno a cui attribuire il proprio disagio. Donne, minoranze, istituzioni diventano bersagli di un odio che cresce silenziosamente e che può attecchire anche nelle vite più insospettabili. Salvador mette in scena questa dinamica in modo crudo e diretto, senza giustificare ma nemmeno banalizzare.

Famiglia, responsabilità e una violenza che ci riguarda tutti
Uno degli aspetti più potenti della serie è la sua capacità di raccontare la violenza da più punti di vista. Salvador è un prodotto narrativo onesto, feroce e privo di moralismi. Non condanna a priori, ma espone i fatti, lasciando allo spettatore la responsabilità del giudizio. Questo approccio multiprospettico rende il racconto tridimensionale e profondamente disturbante, perché costringe a riconoscere quanto certi meccanismi siano radicati nella società e non confinati ai margini.
Accanto al tema dell’estremismo, la serie affronta con grande lucidità anche la genitorialità. Salvador racconta genitori imperfetti, fragili, contraddittori, lontani dall’idea rassicurante di adulti sempre consapevoli e capaci. Mostra quanto sia difficile essere padri e madri oggi, in un mondo che cambia rapidamente e che spesso lascia gli adulti disarmati di fronte alle trasformazioni dei figli. Allo stesso tempo, non idealizza i giovani, descrivendoli anche come egoisti, ingrati e incapaci di vedere i genitori come esseri umani fallibili.
Questo equilibrio rende la serie particolarmente efficace. La famiglia diventa il luogo in cui si concentrano tutte le tensioni del presente: amore e incomprensione, protezione e distanza, responsabilità e colpa. Salvador non offre soluzioni, ma fornisce allo spettatore strumenti per comprendere, riconoscere e affrontare dinamiche che possono emergere nella vita reale, senza edulcorarle.
Violenta, disturbante e a tratti difficile da sostenere, Salvador è una serie che sceglie consapevolmente di non piacere a tutti. Ma è proprio in questa scelta radicale che risiede la sua forza. Racconta un presente oscuro ma reale, dimostrando quanto sia facile scivolare nella violenza quando una mancanza incontra una scintilla. Ed è spesso questo tipo di storie, quelle che fanno inorridire e arrabbiare, a restare più a lungo nella memoria e a costringerci a guardare il mondo con occhi leggermente diversi.
