
Yuval Abraham e Rachel Szor costruiscono un documentario inquietante sulle logiche operative raccontate da membri anonimi dell’intelligence israeliana, tra algoritmi, vittime civili e responsabilità difficili da misurare.
NAZA parte da una parola che, secondo quanto riportato nel film, verrebbe utilizzata dai vertici militari israeliani a Gaza per indicare i danni collaterali civili previsti durante un attacco. È già questa definizione a stabilire il tono del documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, entrambi già coinvolti nella realizzazione di No Other Land. Il film, prodotto esecutivamente da Jonathan Glazer e James Wilson e realizzato sotto l’egida produttiva del Guardian, prova a raccontare la guerra attraverso le testimonianze di membri disillusi dell’intelligence e di altri apparati israeliani. Non sono però interviste tradizionali: i volti restano nell’ombra, le voci sono alterate digitalmente e l’anonimato diventa insieme una necessità di sicurezza e un limite inevitabile alla forza documentaria delle dichiarazioni.
Gli incontri vengono girati soprattutto di notte sui tetti di Tel Aviv. La scelta serve a proteggere l’identità degli intervistati, ma produce anche uno dei contrasti visivi più forti del film. La macchina da presa osserva edifici illuminati, appartamenti e frammenti di una quotidianità apparentemente distante, mentre a circa 60 chilometri di distanza Gaza è al centro del conflitto. Questa opposizione tra normalità urbana e testimonianze pronunciate nell’oscurità accompagna l’intero racconto. NAZA evita una costruzione spettacolare e si affida soprattutto alle parole degli intervistati, che descrivono procedure, criteri operativi e decisioni capaci di trasformare il rischio per i civili in un parametro da calcolare.
Le testimonianze sull’intelligence, gli algoritmi e gli attacchi notturni
Uno degli aspetti più inquietanti riguarda l’impiego di strumenti informatici nell’individuazione degli obiettivi. Secondo quanto sostengono alcuni intervistati, i servizi di intelligence avrebbero affidato parte dell’attività di ricognizione a sistemi basati sull’analisi di grandi quantità di dati. Il documentario racconta di programmi capaci di esaminare i modelli delle telefonate associate a membri conosciuti di Hamas e di cercare comportamenti analoghi tra decine di migliaia di altri telefoni sotto sorveglianza. Da questo processo nascerebbero nuovi possibili obiettivi, le cui abitazioni sarebbero già note e che verrebbero spesso colpiti durante la notte. Nel film viene citato anche un possibile margine d’errore del 15%, dato che rende ancora più problematica la distanza tra classificazione algoritmica e conseguenze umane.
Un altro intervistato parla di un valore “Naza” atteso pari a 20 per una singola azione, cioè di un numero previsto di vittime civili associate all’attacco. Il documentario insiste proprio sull’elasticità di questi parametri e sull’effetto che possono avere quando diventano parte della routine militare. Le persone ascoltate respingono inoltre l’idea che tutto possa essere spiegato attraverso il concetto di “scudi umani”, sostenendo che il problema riguardi anche il modo in cui gli obiettivi vengono selezionati e autorizzati. NAZA affronta così una questione centrale: cosa accade quando la possibilità della morte di civili viene trasformata in una variabile da incorporare preventivamente nel processo decisionale?
Dalle operazioni nel nord di Gaza alle responsabilità politiche
Il film amplia poi lo sguardo ad altri aspetti del conflitto. Alcuni funzionari descrivono la logistica delle operazioni nel nord di Gaza e parlano di civili colpiti da cecchini dopo aver attraversato, spesso alla ricerca di cibo, confini non visibili all’interno di aree militarizzate. Un’altra parte del documentario riguarda invece un’unità di intelligence che, secondo le testimonianze raccolte, sarebbe legata in maniera informale al primo ministro Benjamin Netanyahu e impegnata in attività volte a indebolire organizzazioni internazionali per i diritti umani considerate ostili alla leadership israeliana. Anche in questo caso, la natura anonima delle fonti impone cautela, ma il quadro delineato resta fortemente destabilizzante.
NAZA affronta anche il terreno più rischioso dei paragoni storici. Uno degli intervistati richiama il nazismo, ma il documentario non trasforma questo parallelismo in una propria tesi e ne mostra piuttosto la fragilità. Gaza, per quanto devastante sia la situazione descritta, non viene equiparata all’Olocausto; viene evocato invece il bombardamento di Dresda come confronto storico più pertinente. La forza del film resta comunque altrove: nella freddezza con cui numeri, percentuali e procedure vengono messi accanto alla possibilità concreta della morte di civili. Abraham e Szor non costruiscono un’indagine priva di punti deboli, soprattutto per l’impossibilità di verificare pubblicamente l’identità dei testimoni, ma riescono a concentrare l’attenzione su una domanda difficile da eludere: quanto cambia la percezione della guerra quando le vite umane entrano nei calcoli prima ancora che un attacco abbia inizio?
