
Man in the Dark trasformò una semplice rapina in un incubo claustrofobico e conquistò pubblico e critica, ma il secondo film scelse una direzione che compromise quasi tutto ciò che aveva reso speciale l’originale.
Nel 2016 arrivò nelle sale un thriller capace di costruire tensione con pochissimi elementi: una casa, tre ladri e un uomo cieco che avrebbe dovuto rappresentare la vittima perfetta. Man in the Dark, diretto da Fede Álvarez, partiva da una premessa apparentemente semplice per trasformarla rapidamente in qualcosa di molto più disturbante. Rocky, Alex e Money entrano nell’abitazione di Norman Nordstrom, convinti di poterlo derubare senza troppe difficoltà. Norman, interpretato da Stephen Lang, è però un ex marine e la sua cecità non lo rende affatto indifeso. In pochi minuti i ruoli si ribaltano e quelli che sembravano aggressori diventano prede intrappolate in un ambiente che il padrone di casa conosce alla perfezione.
La forza del film stava soprattutto nella capacità di modificare continuamente la percezione dello spettatore. Norman appare inizialmente come un uomo vulnerabile, poi come una minaccia quasi inarrestabile e infine come qualcosa di ancora più inquietante, quando emergono i segreti nascosti nella sua abitazione. Álvarez sfrutta corridoi, stanze buie e silenzi per costruire una suspense che non dipende esclusivamente dagli spaventi improvvisi. Anche il sonoro diventa fondamentale: ogni respiro, movimento o rumore può rivelare la presenza dei protagonisti. Jane Levy sostiene con efficacia il ruolo di Rocky, mentre Stephen Lang trasforma Norman in una presenza fisica minacciosa senza aver bisogno di lunghi dialoghi o spiegazioni.
Man in the Dark funzionava perché ribaltava continuamente le regole del thriller
Il successo del primo capitolo fu notevole. A fronte di un budget di circa 10 milioni di dollari, il film raggiunse circa 150 milioni di dollari al box office mondiale, ottenendo inoltre una risposta molto positiva dalla critica. Numeri simili rendevano quasi inevitabile l’idea di costruire un seguito. Il problema era capire come continuare una storia che aveva già utilizzato gran parte della propria forza nella sorpresa. Norman Nordstrom aveva sicuramente il potenziale per diventare una figura ricorrente, ma trasformarlo in un personaggio centrale significava anche affrontare tutto ciò che il primo film aveva rivelato sul suo conto.
Ed è proprio su questo punto che il secondo capitolo imbocca la strada più problematica. In L’uomo nel buio – Man in the Dark, uscito cinque anni dopo, Norman non è più semplicemente la minaccia dalla quale qualcuno deve fuggire. Vive isolato e si prende cura di una ragazza di nome Phoenix, trattandola come una figlia. Quando la giovane viene rapita, l’uomo parte alla sua ricerca. La struttura è quindi completamente rovesciata: il personaggio che nel film precedente incarnava l’orrore diventa improvvisamente quello che il pubblico dovrebbe seguire e, almeno in parte, sostenere.

Il sequel trasformò il villain in eroe senza costruire una vera redenzione
Il problema non è semplicemente aver cambiato prospettiva, ma il modo in cui questa trasformazione viene affrontata. Nel primo film Norman aveva mostrato comportamenti estremamente inquietanti, arrivando a tenere prigioniera una donna nel proprio seminterrato con l’obiettivo di ottenere un figlio dopo la morte della sua. Non era quindi un antagonista ambiguo soltanto perché segnato da un passato doloroso: era un personaggio che aveva oltrepassato limiti difficilmente conciliabili con una successiva trasformazione in figura eroica. Il sequel tenta invece di costruire attorno a lui una storia di protezione e riscatto senza sviluppare un percorso abbastanza profondo da rendere credibile questa evoluzione.
A pesare è anche la perdita quasi completa dell’imprevedibilità. Senza Fede Álvarez alla regia, sostituito dal collaboratore Rodo Sayagues, il secondo film si muove su una struttura molto più convenzionale. Álvarez rimase coinvolto come produttore e sceneggiatore, ma la sensazione di claustrofobia dell’originale si riduce drasticamente. Il primo Man in the Dark faceva della casa una trappola e dell’incertezza la propria arma migliore; il sequel preferisce invece un racconto più lineare, nel quale Norman viene trattato quasi come un antieroe d’azione. È così che una premessa che avrebbe potuto sostenere un piccolo franchise perde rapidamente la propria identità. A dieci anni di distanza, il primo film continua a essere ricordato per la tensione e per il suo efficace ribaltamento delle prospettive, mentre il secondo rimane soprattutto l’esempio di quanto possa essere rischioso trasformare un villain riuscito in qualcosa che non era mai stato pensato per essere.
