
Jack O’Connell domina un film energico e aggressivo sulla trasformazione del giornalismo popolare britannico, mentre Danny Boyle sceglie il caos visivo per raccontare un sistema che stava imparando a vendere tutto, perfino la tragedia.
Ink è un film che sembra avere paura del silenzio. Danny Boyle riempie lo schermo di movimenti, inclinazioni, primi piani deformanti, colori, fumo, sudore e rumore, come se volesse trasformare direttamente il linguaggio del tabloid in cinema. L’idea è chiara e in alcuni momenti persino brillante: raccontare la nascita del nuovo Sun non attraverso una ricostruzione elegante del giornalismo britannico, ma immergendo lo spettatore nella sua frenesia. Il risultato è un’opera nervosa, divertente, spesso sgradevole e volutamente eccessiva, che però finisce talvolta per assomigliare troppo all’oggetto che vorrebbe osservare criticamente. Più che analizzare il sensazionalismo, Boyle lo mette in scena con tale entusiasmo da rischiare di esserne sedotto.
Adattato da James Graham dalla propria pièce teatrale del 2017, il film segue il momento in cui Rupert Murdoch, interpretato da Guy Pearce, acquista alla fine degli anni Sessanta un quotidiano in difficoltà e affida a Larry Lamb il compito di trasformarlo in una macchina capace di conquistare lettori. Lamb, interpretato da Jack O’Connell, capisce rapidamente che per sfidare i giornali più prestigiosi non serve copiarli: bisogna fare esattamente il contrario. Meno deferenza, più scandalo. Meno distanza, più istinto. Meno eleganza, più fame. È qui che Ink trova il suo centro migliore, raccontando non tanto la nascita di un giornale quanto quella di una nuova idea di pubblico: non qualcuno da informare, ma qualcuno da attirare, provocare e trattenere.
Jack O’Connell dà al film la furia che gli serve, Guy Pearce sceglie una strada più sottile
Jack O’Connell è il motore dell’intero film. Il suo Larry Lamb non è soltanto un direttore ambizioso, ma un uomo che sembra vivere ogni copia venduta come una rivincita personale. Ha aggressività, presenza fisica e una rabbia sociale che rende credibile il desiderio di sfidare un ambiente dominato da dirigenti eleganti, pranzi costosi e rituali da club esclusivo. Boyle insiste molto sulla distanza tra questi due mondi: ai piani alti si contrattano stipendi davanti a tovaglie impeccabili, nelle redazioni e nelle tipografie ci si sporca davvero le mani. Ink funziona quando mostra questa frattura senza bisogno di spiegarla, facendo percepire quanto la rivoluzione del Sun sia anche una guerra contro un’élite che Murdoch e Lamb sentono di non aver mai davvero abitato.
Guy Pearce, invece, evita saggiamente di trasformare Murdoch in una caricatura. Il suo è un uomo freddo, controllato, capace persino di mostrare disagio davanti ad alcune idee più aggressive di Lamb. È una scelta interessante, anche se lascia volutamente aperto un vuoto: Ink racconta molto bene ciò che Murdoch vuole ottenere, ma molto meno ciò che realmente lo muove. La sua ambizione rimane spesso una funzione narrativa più che un mistero da esplorare. Claire Foy, nei panni della figura composita di Jules, prova a introdurre un punto di resistenza interno al sistema, soprattutto davanti alla crescente sessualizzazione del giornale, ma il personaggio resta inevitabilmente schiacciato dalla corsa in avanti degli uomini che stanno ridefinendo il giornale.

La vicenda di Muriel McKay cambia il tono del film e ne rivela anche il limite più grande
La parte più problematica e allo stesso tempo più interessante arriva con il rapimento di Muriel McKay, moglie del dirigente Alick McKay, sequestrata nel 1969 da uomini convinti che fosse Anna Murdoch. È qui che Ink smette per un momento di essere una satira rumorosa sulla nascita del tabloid moderno e si trova davanti a qualcosa che non può trasformare facilmente in intrattenimento. Il caso è terribile, reale e ancora oggi inquietante, anche perché il corpo di Muriel non fu mai ritrovato. Boyle prova a usare questo episodio come una sorta di frattura morale, il momento in cui il meccanismo del sensazionalismo mostra il prezzo umano che può produrre. Ma il film non decide mai del tutto quanto spazio concedergli.
Ed è proprio questa esitazione a rendere Ink meno incisivo di quanto potrebbe essere. Se la vicenda McKay rappresenta il punto in cui il giornalismo smette definitivamente di distinguere tra tragedia e materiale editoriale, allora avrebbe meritato di diventare il vero centro emotivo del film. Invece resta inglobata nella stessa macchina narrativa che racconta l’ascesa del Sun, quasi soffocata dalla velocità con cui Boyle continua a muovere tutto il resto. Quando Lamb sceglie di non arretrare e anzi di spingere ancora più in là la strategia del giornale, il film suggerisce una trasformazione decisiva, ma preferisce mostrarla come un gesto di forza anziché fermarsi davvero sulle sue conseguenze. Ink rimane così un’opera potente, aggressiva e spesso molto divertente, con un eccellente Jack O’Connell, ma anche un film che corre talmente veloce da non concedersi sempre il tempo di capire fino in fondo ciò che sta raccontando. E forse è proprio questa la sua contraddizione più interessante: vuole mostrarci come il rumore abbia cominciato a vincere sull’approfondimento, ma per farlo sceglie quasi sempre di fare ancora più rumore.
