From Inside Out trasforma l’architettura in esperienza | Wim Wenders entra negli spazi di Peter Zumthor: il film chiede tempo prima di svelarsi

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Wim Wenders dedica un documentario in 3D all’architetto svizzero Peter Zumthor e costruisce un’opera esigente, a tratti dispersiva, ma capace nel finale di fondere perfettamente forma cinematografica e spazio architettonico.

From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor non è un documentario che cerca di rendere l’architettura immediatamente accessibile. Wim Wenders sceglie invece di rallentare lo sguardo, costringendo lo spettatore a osservare superfici, angoli, materiali, luce e vuoti prima ancora di capire quale funzione abbiano. È una scelta coerente con il pensiero dello stesso Peter Zumthor, architetto svizzero oggi ultraottantenne, convinto che un edificio acquisti davvero senso solo quando viene attraversato, abitato e percepito nel tempo.

Il film si apre con immagini di superfici concave, muri monolitici e geometrie che sembrano quasi astratte. Zumthor compare inizialmente come una presenza lontana, quasi fantasmagorica, proiettata sulle architetture mentre parla delle proprie idee fin dagli anni Ottanta. Wenders evita fin da subito il classico ritratto biografico e sceglie un approccio più teorico. La persona conta, ma contano ancora di più i suoi spazi e il modo in cui questi modificano l’esperienza di chi li attraversa.

Il film è più interessante quando smette di spiegare e comincia a farci entrare negli edifici

La parte iniziale è anche quella più faticosa. Zumthor parla di forma, funzione, materiali naturali, fluidità e rapporto con l’ambiente, ma alcune riflessioni tendono a ripetersi e la costruzione può sembrare eccessivamente accademica. Wenders sembra quasi voler insegnare allo spettatore come guardare prima di permettergli davvero di vedere. È un procedimento coerente ma rischioso, perché la sensazione di distanza può durare a lungo.

Progressivamente, però, il metodo diventa più chiaro. Le case, i musei e gli altri progetti mostrati non vengono trattati come semplici oggetti belli, ma come luoghi che devono entrare in relazione con chi li abita. Anche quando Zumthor appare ostinato nel difendere le proprie intuizioni, il film mostra come sia disposto a modificare l’idea iniziale quando l’uso concreto dello spazio lo richiede. In questo equilibrio tra visione estetica e funzione emerge una figura meno monumentale e più pragmatica di quanto ci si potrebbe aspettare.

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Il 3D trova finalmente un senso quando Wenders affronta i progetti più ambiziosi

La svolta arriva soprattutto nell’ultima parte, quando il film si concentra su tre progetti molto diversi. Uno è una casa profondamente personale per Zumthor. Un altro è un’installazione nordica dedicata alle donne uccise durante i processi per stregoneria, attraversata dalla macchina da presa come uno spazio quasi minaccioso e senza fine. Qui la fotografia tridimensionale di Franz Lustig smette di essere un virtuosismo tecnico e diventa uno strumento realmente narrativo: le distanze, i corridoi e i vuoti acquistano una presenza fisica.

Il terzo progetto è quello destinato alla collezione permanente del Los Angeles County Museum of Art. Il film ne segue la progettazione e la realizzazione, mostrando una struttura estesa, organica e priva di una gerarchia evidente. L’idea di Zumthor è che le opere non debbano essere organizzate secondo una superiorità visiva prestabilita: gli spazi si aprono lateralmente, si piegano e rivelano nuove stanze senza suggerire un percorso unico. Quando il museo viene infine visitato anche da cineasti come Ava DuVernay e Werner Herzog, l’architettura smette di essere teoria e diventa finalmente esperienza.

È in questi momenti che From Inside Out trova davvero la propria forma. Wenders costruisce infatti il film quasi come uno degli edifici di Zumthor: apparentemente dispersivo, pieno di deviazioni e percorsi laterali, ma progressivamente capace di far emergere una logica interna. Ci vuole tempo per accorgersene, e non tutto funziona allo stesso modo. Alcune ricostruzioni e alcuni passaggi narrativi risultano più dilatati del necessario, mentre il lato biografico dell’architetto rimane volutamente superficiale.

Ma questa rinuncia alla biografia tradizionale finisce per essere anche uno dei punti più coerenti dell’opera. Wenders non sembra interessato a spiegare chi sia Zumthor fuori dal suo lavoro. Preferisce capire come pensa uno spazio e, soprattutto, cosa succede quando quello spazio viene riempito da persone, opere, memoria e tempo. Il film diventa così meno un ritratto d’artista che una riflessione sul rapporto tra corpo umano e ambiente costruito.

From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor è un documentario esigente e non sempre immediato, ma il suo finale ripaga gran parte della pazienza richiesta. Wenders usa il 3D con un’intelligenza rara, non per spettacolarizzare gli edifici ma per restituirne profondità, peso e ritmo. Il film funziona proprio quando smette di parlare dell’architettura e riesce a farcela percepire. Ed è lì che il suo metodo diventa finalmente chiaro: uno spazio non si comprende guardandolo da fuori, ma entrando, perdendosi un po’ e aspettando che inizi a raccontare qualcosa.