Anaconda torna al cinema, Jack Black e Paul Rudd ribaltano il remake con una commedia meta | Il serpente è solo un pretesto
Chi guarda con sospetto le commedie che cercano disperatamente di dimostrare di avere un’anima potrebbe storcere il naso nei primi minuti di Anaconda. Il film, che prende le distanze dall’omonimo cult del 1997, si presenta inizialmente come una parodia consapevole dei remake inutili, salvo poi virare verso una direzione più morbida e sorprendentemente affettuosa. Dopo un prologo horror goffo e poco ispirato, che sembra quasi una presa in giro delle aperture da brivido, il film rivela la sua vera natura: una commedia meta-cinematografica che usa il serpente gigante come scusa per parlare di sogni mancati, amicizia e compromessi.
Al centro della storia ci sono Doug e Griff, interpretati rispettivamente da Jack Black e Paul Rudd. Doug è un aspirante regista rimasto intrappolato nella sua città natale, dove lavora come videomaker per matrimoni, una carriera che gli garantisce stabilità ma anche una profonda frustrazione. Griff, invece, ha inseguito il sogno hollywoodiano diventando attore a Los Angeles, ma con risultati modesti e precari. La sua realtà è fatta di piccole parti, provini falliti e licenziamenti imbarazzanti, che il film racconta con un misto di malinconia e ironia.
Quando i due si ritrovano per il compleanno di Doug, Griff lancia una proposta assurda quanto irresistibile: sostiene di essere entrato in possesso dei diritti per rifare Anaconda, il monster movie che da ragazzi adoravano. Perché non girarne una nuova versione in modo indipendente, con pochi mezzi ma tanta passione, realizzando finalmente il film che hanno sempre sognato di fare insieme? Nonostante i dubbi e il senso di responsabilità verso la famiglia, Doug finisce per accettare. A unirsi all’avventura arrivano anche Kenny e Claire, interpretati da Steve Zahn e Thandiwe Newton, dando vita a una troupe improvvisata pronta a salpare per l’Amazzonia.
Una commedia sul cinema mascherata da film di mostri
La parte più riuscita di Anaconda emerge quando il film smette di fingere di essere un horror e abbraccia del tutto la sua vocazione comica. Il regista e co-sceneggiatore Tom Gormican dà il meglio di sé nei momenti di montaggio e nelle scene di preparazione del film nel film: brainstorming surreali, discussioni pseudo-intellettuali sui temi dell’opera e sequenze in cui Black e Rudd si rimbalzano battute e manie. È qui che la chimica tra i due protagonisti funziona davvero, regalando le risate più autentiche.
Paul Rudd gioca con le sfumature del suo personaggio, rendendo divertenti anche gesti minimi, come il tentativo di sembrare disinvolto con uno stuzzicadenti tra i denti. Jack Black, più trattenuto rispetto ai suoi ruoli più esplosivi, trova comunque modo di sprigionare la sua energia quando difende con serietà quasi religiosa la natura del progetto, chiedendosi se il nuovo Anaconda sia un remake, una reinterpretazione o una “continuazione spirituale”. Il film funziona quando lascia spazio a queste dinamiche, senza forzare la mano sul versante emotivo.
Non tutto, però, gira allo stesso livello. Nei tentativi di inserire una vera tensione narrativa, soprattutto quando la troupe si trova ad affrontare un serpente più grande e pericoloso di quello usato per il film, Anaconda mostra i suoi limiti. Le scene di suspense appaiono spesso abbozzate, più simili a storyboard incompleti che a sequenze realmente costruite. Anche il personaggio di Ana, interpretato da Daniela Melchior, soffre una scrittura incerta, costretta a entrare e uscire dalla storia in modo poco coerente per tenere aperte varie possibilità di trama.

Ironia, nostalgia e limiti di un’operazione consapevole
Dal punto di vista visivo, il nuovo serpente gigante beneficia di effetti digitali più puliti rispetto alla versione del 1997, ma perde quel fascino un po’ artigianale dato dagli animatronic e dagli effetti pratici, che contribuivano al gusto rétro dell’originale. Questo rende le sequenze d’azione meno memorabili, ma anche meno invadenti, spostando il baricentro del film definitivamente sulla commedia.
Come già accaduto nel precedente lavoro di Gormican, The Unbearable Weight of Massive Talent, anche qui l’autoconsapevolezza a volte viene scambiata per brillantezza. Non tutte le idee meta funzionano e alcune occasioni comiche restano inutilizzate. Eppure, nonostante questi difetti, il film riesce a mantenere una leggerezza piacevole, evitando di scivolare nel sentimentalismo stucchevole.
Anaconda non è una horror-comedy pura, ma una commedia sul fare cinema, travestita da film di mostri per giustificare la sua esistenza industriale. Non serve conoscere o amare l’originale per apprezzarla: il cuore del film sta nel rapporto tra i protagonisti e nella loro voglia di rimettersi in gioco. Non raggiunge le vette deliranti di classici come Bowfinger, ma condivide con quel tipo di cinema un’anima simile, più interessata a smontare i meccanismi dello spettacolo che a spaventare davvero. E alla fine, più che il serpente, resta il sorriso lasciato da due interpreti che rendono credibile anche l’idea più assurda.
