
Auguste Bernard Kouemo Yanghu firma un esordio intimo e misurato sul bisogno di sentirsi ancora parte del mondo, affidando alla madre Josette Kwanya un ruolo che rende il film ancora più personale e commovente.
House of the Wind è un film che sceglie la discrezione invece dell’enfasi. Non cerca di commuovere con grandi svolte o dialoghi costruiti per strappare una reazione immediata, ma lascia che il dolore, la solitudine e il bisogno di compagnia emergano attraverso piccoli gesti. Il debutto nel lungometraggio del regista franco-camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia, ha qualcosa di profondamente personale fin dalla sua origine: il film è dedicato alla madre del regista, Josette Kwanya, che interpreta la protagonista e ha completato il proprio ruolo prima della morte nel 2024.
La storia è ambientata a Yaoundé, capitale del Camerun, dove vive l’ottantenne vedova Josette Tientcheu, chiamata da tutti Mama Josette. La sua casa è piena di fotografie dei figli, ormai adulti e trasferiti in Europa per lavorare. Lei aspetta soprattutto il ritorno del figlio Benoît e, come se volesse preparargli concretamente uno spazio nel futuro, segue la costruzione di una casa destinata a lui. Il progetto, però, pesa economicamente e diventa il simbolo di un’attesa più grande: Josette continua a costruire per persone che non sono più fisicamente accanto a lei, quasi nel tentativo di opporsi alla sensazione che il proprio nucleo familiare si sia disperso.
Il rapporto tra Josette e Sarah evita il sentimentalismo e diventa il vero centro del film
L’incontro con Sarah, interpretata da Moudjeu Pouadeu, introduce una nuova energia. La giovane vende bevande salutari per strada ed è molto diversa da Josette: più rapida, più pratica, più abituata a muoversi dentro le contraddizioni della città. Dopo aver aiutato l’anziana con un problema legato ai documenti, le chiede a sua volta un favore. I genitori di Sarah non approvano il matrimonio con Adrien, un uomo francese, e così la ragazza propone a Josette di fingersi sua madre quando lui arriverà.
Il meccanismo potrebbe diventare facilmente una commedia degli equivoci, ma Kouemo Yanghu lo utilizza in modo molto più delicato. Quella finzione iniziale crea infatti uno spazio in cui entrambe possono ricevere qualcosa che manca loro. Sarah trova una presenza materna disponibile e concreta; Josette ritrova invece qualcuno di cui occuparsi, ma soprattutto qualcuno che occupi davvero le stanze della sua casa. La loro relazione non diventa immediatamente affettuosa e non viene idealizzata. Le due donne restano diverse, mantengono diffidenze e spigoli, ma proprio questa gradualità rende il loro legame credibile.

Un film sull’età e sull’abbandono che funziona meglio quando resta semplice
House of the Wind racconta anche un Camerun contemporaneo segnato da difficoltà economiche che spingono molti giovani a cercare opportunità altrove. Il film suggerisce così che la solitudine di Josette non sia soltanto privata. È il risultato di una trasformazione sociale in cui le famiglie vengono separate dalla necessità e in cui gli anziani possono rimanere ai margini non perché siano meno amati, ma perché il mondo attorno a loro rende sempre più difficile prendersene cura. Il regista non formula questa idea con discorsi espliciti: la lascia emergere dalle assenze, dagli spazi e dalla distanza fisica tra generazioni.
Molto efficace è anche la dimensione comunitaria, come nelle scene legate all’associazione femminile di mutuo aiuto, dove Josette cerca di ottenere un prestito importante. Qui il film mostra una rete sociale concreta, costruita non sull’assistenza astratta ma sulla partecipazione reciproca. Anche il denaro, come l’affetto, diventa una questione di relazioni e fiducia. Il contesto culturale resta specifico e non viene semplificato per lo spettatore internazionale, ed è uno dei motivi per cui il film mantiene una forte identità.
Kouemo Yanghu utilizza uno stile narrativo fatto di scene brevi e montaggio ellittico, evitando di sottolineare troppo i momenti di crisi. È una scelta che funziona quasi sempre, soprattutto grazie alle due protagoniste. Josette Kwanya possiede una presenza magnetica proprio perché non recita mai la vecchiaia come fragilità. Mama Josette è ironica, orgogliosa, ostinata e capace di desiderare ancora. Sarah, invece, viene costruita come una giovane donna autonoma che lentamente lascia intravedere il proprio bisogno di essere sostenuta.
Il film diventa meno convincente quando cerca immagini più apertamente simboliche. La misteriosa “casa del vento”, con interni bianchi invasi lentamente dalla vegetazione, introduce una dimensione quasi onirica che appare meno integrata rispetto alla sobrietà del resto. Anche alcuni passaggi musicali insistono forse troppo nel suggerire allo spettatore ciò che dovrebbe provare. Sono momenti isolati, ma fanno emergere una differenza importante: House of the Wind è molto più potente quando si fida delle persone che quando cerca di trasformarle in simboli.
Resta comunque un esordio notevole, soprattutto per la capacità di parlare della vecchiaia senza ridurla a perdita, malattia o nostalgia. Josette continua ad avere desideri, problemi economici, orgoglio, senso dell’umorismo e bisogno di essere riconosciuta come individuo. Il rapporto con Sarah non cancella l’assenza dei figli e non risolve magicamente la solitudine, ma apre una possibilità diversa: quella di costruire una famiglia anche fuori dai legami di sangue. House of the Wind trova proprio qui la sua verità più bella, nell’idea che la solitudine non finisca necessariamente quando qualcuno ritorna, ma quando qualcuno decide finalmente di restare.
