
Paul Schrader costruisce un dramma freddo, inquietante e sorprendentemente teso, in cui filosofia, senso di colpa e autoinganno si intrecciano fino a mettere in crisi l’idea stessa che una persona possa davvero cambiare.
The Basics of Philosophy sembra, almeno all’inizio, quasi una summa del cinema di Paul Schrader. C’è un uomo solo, apparentemente controllato, circondato da libri e pensieri morali. C’è una stanza ordinata, una vita costruita attorno all’intelletto e una domanda che ritorna ossessivamente: quanto siamo davvero capaci di cambiare? Ma il film non rimane mai sul terreno astratto. Anzi, proprio quando sembra poter diventare un’opera cerebrale, Schrader sposta tutto su qualcosa di molto più concreto, disturbante e personale. È qui che il film trova la sua forza: trasformare una riflessione filosofica in una minaccia che riguarda direttamente il protagonista.
Jack Huston interpreta John Jorrisen, docente di filosofia in un prestigioso college di arti liberali, impegnato nella scrittura di un libro su Spinoza e abituato a insegnare un corso introduttivo frequentato anche da studenti convinti di trovarsi davanti a un esame semplice. John insiste invece sull’idea opposta: la filosofia è “di base” proprio perché riguarda le domande fondamentali, quelle che non possono essere aggirate con il linguaggio complicato. Intorno a lui tutto sembra in equilibrio. Ha successo nella carriera, frequenta la collega Rebecca Richards, interpretata da Sofia Boutella, e appare pronto a entrare stabilmente anche nella vita del figlio adolescente di lei. Eppure qualcosa non torna.
Schrader costruisce la tensione sul divario tra ciò che John pensa di essere e ciò che ha fatto
Il film comincia a incrinare lentamente l’immagine di John. Una studentessa insoddisfatta allude a qualcosa che lui avrebbe fatto in passato. Il rapporto con Rebecca appare più distante di quanto dovrebbe. I ristoranti eleganti, le conversazioni misurate e le scuse per tornare a casa a lavorare sul proprio libro su Spinoza sembrano sempre meno semplici abitudini e sempre più strategie di controllo. Schrader è molto efficace nel costruire questa sensazione di disagio senza accelerare: il film procede con freddezza, ma ogni scena restringe progressivamente lo spazio attorno al protagonista.
La morte del padre Melvyn, interpretato da Bill Pullman, diventa il punto di rottura. Durante il funerale John incontra Miguel Vasque, interpretato da Daniel Zovatto, figura direttamente legata a un episodio terribile del suo passato. Da giovane, John aveva abusato sessualmente di Miguel quando quest’ultimo era minorenne. Il padre aveva poi usato il proprio denaro e la propria influenza per gestire le conseguenze della vicenda, pagando la sua istruzione e contribuendo a seppellire quanto era accaduto. Da quel momento il film smette definitivamente di essere un semplice dramma accademico e diventa uno studio sull’autoassoluzione.

Il film è potente proprio perché non concede al protagonista il rifugio dell’intelligenza
La parte più interessante di The Basics of Philosophy è il modo in cui Schrader mostra un uomo abituato a ragionare su morale, responsabilità e libertà mentre tenta disperatamente di usare gli stessi strumenti per proteggere l’immagine che ha costruito di sé. John non vuole riconoscersi nella definizione che il proprio passato gli impone. Cerca quindi interpretazioni alternative, spostamenti di identità, spiegazioni capaci di rendere compatibile il presente con ciò che ha fatto. Ma più prova a costruire una teoria che possa salvarlo, più il film suggerisce che quella teoria sia soltanto un’altra forma di fuga.
Il riavvicinamento a Miguel è il passaggio più disturbante proprio perché John sembra cercare una riconciliazione che possa trasformare retroattivamente il senso della propria colpa. Schrader evita di presentare questo percorso come redenzione. Al contrario, lo tratta come un’ulteriore complicazione, quasi un tentativo di piegare la realtà alla necessità del protagonista di sentirsi diverso da ciò che è stato. È qui che il film diventa davvero crudele: la capacità di John di analizzarsi non coincide affatto con la capacità di cambiare.
Richard Gere compare nel ruolo del preside del college, mentre il film si concede anche una vena di umorismo nero e alcune deviazioni volutamente stranianti. Ma il tono dominante resta quello di un thriller morale. Non ci sono inseguimenti o grandi colpi di scena nel senso classico; la suspense nasce dal timore di ciò che John potrebbe fare, di ciò che potrebbe confessare e soprattutto di quello che potrebbe scoprire su se stesso. La domanda sulla possibilità del cambiamento si lega così anche al pensiero del suicidio, affrontato attraverso riferimenti filosofici e attraverso la paura del protagonista di poter ripetere in futuro ciò che ha già commesso.
The Basics of Philosophy è uno dei film più compatti e controllati di Schrader degli ultimi anni. Non tutto è sottile e alcuni passaggi sfiorano volutamente il melodramma, ma la freddezza della messa in scena lavora bene contro la violenza morale del soggetto. Jack Huston offre un’interpretazione trattenuta e ambigua, lasciando che il disagio emerga soprattutto attraverso le esitazioni e i tentativi di mantenere il controllo. Il film arriva così a un finale elegante e profondamente inquietante, senza offrire consolazioni. La sua intuizione più feroce è anche la più semplice: conoscere perfettamente la differenza tra bene e male non significa necessariamente essere capaci di scegliere il bene. E tutta la filosofia del mondo può diventare inutile quando viene usata soltanto per evitare di guardare ciò che si è davvero.
