
Il racconto di Allen Nelson avrebbe potuto aprire una riflessione potente sul trauma, sulla guerra e sull’identità afroamericana, ma il film di Shinya Tsukamoto preferisce accumulare dolore e violenza senza trasformarli davvero in comprensione.
Mr Nelson, Did You Kill People? parte da un materiale che, sulla carta, possiede un peso enorme. La storia vera di Allen Nelson, marine afroamericano tornato dal Vietnam profondamente segnato dall’esperienza al fronte, offre infatti moltissime possibilità: il trauma individuale, la responsabilità morale, il rapporto tra violenza e obbedienza, il ritorno alla vita civile e persino il modo in cui un soldato nero poteva percepire una guerra combattuta per un Paese che continuava a vivere forti tensioni razziali. Shinya Tsukamoto, però, sceglie una strada sorprendentemente semplice e finisce per trasformare una materia complessa in un percorso molto più lineare di quanto ci si aspetterebbe da lui.
Nel film Allen viene interpretato da Mark Merphy nella parte più giovane della sua vita e da Rodney Hicks negli anni successivi. Quando torna dal fronte, è distrutto. Vive isolato in un edificio degradato di New York, lontano dalla famiglia, tormentato da paranoia, scoppi d’ira e ricordi che continuano a invadere il presente. Una delle scene più efficaci arriva proprio quando alcuni petardi esplodono per strada e Allen si getta sotto un’auto, convinto per un istante di essere tornato in combattimento. È uno dei pochi momenti in cui il film riesce a far percepire il trauma senza doverlo spiegare.
Il problema non è ciò che il film vuole dire, ma quanto poco riesca ad andare oltre
La domanda contenuta nel titolo nasce quando una vecchia conoscenza, diventata insegnante, invita Allen a parlare della guerra ai propri studenti. Davanti alla classe, un bambino gli chiede direttamente se abbia ucciso qualcuno. Allen non riesce a rispondere. È un punto di partenza forte, perché quella domanda contiene praticamente tutto il film: il peso della memoria, il senso di colpa, la distanza tra ciò che accade in guerra e ciò che resta dopo. Ma Tsukamoto ritorna continuamente su questo stesso nodo senza riuscire davvero ad ampliarlo.
Anni più tardi Allen è sposato con Linda, interpretata da Tatyana Ali, e cresce il figlio di lei come se fosse suo. Continua però a soffrire di incubi e dipende dai farmaci per riuscire a dormire. Dopo un nuovo episodio violento, inizia una terapia con il Dr Daniels, interpretato da Geoffrey Rush. Da quel momento il film alterna le sedute ai flashback del Vietnam, ricostruendo progressivamente ciò che Allen ha vissuto e fatto. Ed è proprio qui che emerge il limite principale: le scene di guerra ricevono energia visiva, brutalità e movimento, mentre il presente rimane spesso bloccato in lunghi dialoghi che sembrano esistere soprattutto per accompagnare lo spettatore da un ricordo all’altro.

Tsukamoto trova energia nella violenza, ma lascia troppo poco spazio alla psicologia
Il contrasto è evidente. Le immagini del combattimento sono dure, sporche, fisiche, costruite su corpi feriti, sangue, paura e morte. In quei momenti si riconosce maggiormente il regista di Tetsuo: The Iron Man, attratto dalla materia, dalla carne e dalla trasformazione del corpo sotto pressione. Ma proprio questa intensità crea una contraddizione difficile da ignorare: un film dichiaratamente contro la guerra sembra molto più vivo quando mostra la guerra che quando prova a riflettere sulle sue conseguenze.
È una scelta che finisce per indebolire anche Allen come personaggio. Rodney Hicks lavora costantemente sull’angoscia, sul sudore, sulla tensione e sulla sofferenza, ma la sceneggiatura gli offre pochi registri diversi. Geoffrey Rush, dal canto suo, porta autorevolezza a un ruolo ridotto quasi interamente alla funzione di stimolare la confessione. Le sedute dovrebbero essere il luogo in cui il film entra nella mente di Allen, ma diventano invece una struttura ripetitiva che rallenta il racconto senza aggiungere abbastanza complessità.
Il film avrebbe avuto inoltre l’occasione di esplorare con maggiore decisione l’esperienza specifica di un soldato afroamericano. Invece questo elemento resta sorprendentemente laterale, quasi decorativo rispetto al discorso più generale sul trauma di guerra. È forse l’occasione mancata più importante, perché avrebbe potuto distinguere davvero Mr Nelson, Did You Kill People? da decenni di cinema sul Vietnam e dare alla storia di Allen una prospettiva meno già conosciuta.
Anche il finale contribuisce alla sensazione di stanchezza. Il film sembra trovare più volte un punto naturale in cui fermarsi, salvo poi ripartire con nuovi salti temporali, nuove immagini della vita di Allen e ulteriori epiloghi. Compare perfino Lily Franky molto avanti nel racconto, per un intervento breve che arriva quando la storia sembra già aver concluso da tempo il proprio percorso. Alla fine resta la sensazione di un’opera sincera nelle intenzioni ma molto meno incisiva nella forma. Mr Nelson, Did You Kill People? vuole raccontare il peso di una domanda impossibile da dimenticare, ma insiste così tanto sulla risposta più evidente da lasciare quasi inesplorate tutte quelle molto più difficili che avrebbero potuto rendere il film davvero necessario.
