Oasis: Don’t Look Back in Anger celebra un ritorno impossibile | Liam e Noel trasformano la reunion in memoria collettiva: il vero spettacolo è ciò che il tempo ha cambiato

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Il documentario sulla reunion degli Oasis vive di concerti enormi, nostalgia e ironia, ma soprattutto della strana emozione di vedere due fratelli tornare sullo stesso palco senza fingere che il passato sia scomparso.

Oasis: Don’t Look Back in Anger funziona perché capisce una cosa molto semplice: la reunion degli Oasis non è stata soltanto una serie di concerti. È diventata un evento emotivo collettivo, costruito su anni di attese, rancori, meme, dichiarazioni incendiarie e soprattutto sulla convinzione diffusa che Liam e Noel Gallagher non sarebbero mai più riusciti a condividere davvero lo stesso palco. Il film parte da questa consapevolezza e preferisce raccontare l’esperienza del ritorno più che cercare un’analisi definitiva della band. Ne viene fuori un’opera calorosa, divertente e inevitabilmente nostalgica, pensata soprattutto per chi con quelle canzoni ha costruito una parte della propria memoria.

Uno degli aspetti migliori è il modo in cui il documentario recupera la comicità naturale dei Gallagher. Anche nelle scene apparentemente più tese, come le prove prima del tour, basta l’ingresso di Liam e una lamentela sulle protezioni attorno alla batteria per riportare tutto a quel tipo di dinamica familiare che ha sempre reso gli Oasis qualcosa di più di una semplice rock band. La sensazione è che i due fratelli non abbiano smesso di essere se stessi: hanno semplicemente imparato a gestire meglio ciò che per anni li ha resi incompatibili.

La reunion emoziona perché non cancella il tempo, lo mette davanti al pubblico

Il film alterna il presente del tour alle immagini degli anni Novanta e dei primi Duemila, ricostruendo rapidamente l’ascesa, il successo globale e la frattura che ha portato alla fine della band. È una scelta prevedibile, ma necessaria. Senza quel passato, il peso della reunion sarebbe incomprensibile. Vedere oggi Noel con un’aria più riflessiva e Liam ancora ancorato al microfono con la stessa postura di sempre rende evidente che il vero tema del documentario non è la nostalgia in sé, ma il rapporto tra nostalgia e tempo trascorso.

Le canzoni assumono così un significato diverso. Brani nati decenni fa, già attraversati da una combinazione particolare di euforia e malinconia, acquistano una nuova intensità quando vengono cantati da migliaia di persone che nel frattempo sono invecchiate insieme alla band. Accanto a loro ci sono però anche spettatori molto più giovani. È forse questo l’aspetto più sorprendente del fenomeno: la reunion non si limita a riattivare una generazione, ma mette nello stesso spazio chi ha vissuto gli Oasis in tempo reale e chi li ha scoperti molto dopo.

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Il film evita alcune domande scomode, ma sul palco la riconciliazione sembra vera

Il documentario è meno curioso quando si tratta di spiegare fino in fondo come si sia arrivati alla pace tra Liam e Noel. I due vengono raramente intervistati insieme e il film non approfondisce davvero i compromessi personali, economici o professionali necessari per far funzionare nuovamente la macchina Oasis. È facile immaginare che alcune delle vecchie tensioni non siano magicamente scomparse, e forse proprio per questo la scelta di non trasformare la reunion in una favola di riconciliazione totale è sensata. Sul palco, però, la sintonia appare credibile e questo è ciò che conta maggiormente.

Il film tocca anche il rapporto tra gli Oasis e la politica britannica, ma lo fa in maniera selettiva. Compare Keir Starmer, mentre resta fuori uno dei momenti più simbolici del passato della band: la famosa stretta di mano tra Noel e Tony Blair a Downing Street nel 1997, immagine diventata emblematica dell’epoca Cool Britannia. È un’assenza curiosa, soprattutto perché quel rapporto tra musica, consenso e politica avrebbe potuto aggiungere una dimensione interessante al racconto.

Dove il documentario riesce davvero, però, è nei concerti. Gli Oasis non hanno mai avuto bisogno di una messa in scena particolarmente complessa: Liam resta davanti al microfono, Noel suona, la band occupa lo spazio senza coreografie o artifici. Eppure l’effetto sul pubblico è enorme. È qui che Don’t Look Back in Anger trova il proprio cuore. Non cerca di dimostrare che gli Oasis siano tecnicamente superiori ad altre grandi rock band, ma mostra perché per il loro pubblico significano qualcosa di diverso. C’è una componente quasi comunitaria, una specie di rito collettivo costruito intorno a melodie che migliaia di persone conoscono a memoria.

Oasis: Don’t Look Back in Anger non è un documentario particolarmente critico e non vuole esserlo. È dichiaratamente innamorato del proprio soggetto e a volte questa devozione lo rende meno approfondito di quanto potrebbe. Ma sarebbe difficile raccontare questa reunion ignorando ciò che ha rappresentato per chi l’ha aspettata per anni. Il film trova la sua forza proprio nell’incontro tra gioia e malinconia: vedere Liam e Noel di nuovo insieme è esaltante non perché sembri che nulla sia cambiato, ma perché è evidente che è cambiato tutto. Ed è proprio per questo che quelle canzoni, oggi, suonano ancora più forti.