
Presentato a Venezia 2026, I Plant My Hand in the Garden è un’opera radicale e sensoriale che trasforma matrimonio, gravidanza, desiderio e appartenenza in un labirinto narrativo da attraversare più che da decifrare.
I Plant My Hand in the Garden è uno di quei film che obbligano lo spettatore a cambiare atteggiamento dopo pochi minuti. All’inizio si cerca una trama lineare, una progressione riconoscibile, un ordine degli eventi. Poi diventa chiaro che Hoda Taheri e Boris Hadžija non hanno alcuna intenzione di offrire quel tipo di sicurezza. Il loro film procede per slittamenti, ricordi, interruzioni e improvvise deviazioni, costruendo un’esperienza che somiglia più a una memoria instabile che a una narrazione tradizionale. È un’opera volutamente sfuggente, a tratti irritante, spesso bellissima, ma soprattutto coerente nel rifiutarsi di diventare qualcosa di facilmente classificabile.
La storia parte da una situazione apparentemente semplice. Hoda, iraniana che vive in Germania, sta per sposare Boris, insegnante di pianoforte serbo, ed è incinta. Durante una videochiamata con la madre e la sorella rimaste a Rasht, in Iran, si discute della possibilità di ottenere i visti necessari per partecipare al matrimonio. La famiglia di Boris riesce poi a portarle in Serbia, ma la convivenza tra i due nuclei familiari è attraversata dalle differenze linguistiche, culturali e affettive. Una scena a colazione rende bene questa distanza: le conversazioni scorrono contemporaneamente in serbo e in farsi, come se le due metà del tavolo abitassero mondi paralleli pur trovandosi nello stesso spazio.
Quando la trama si spezza, il film comincia davvero a trovare la propria forma
Nella prima parte emergono già alcuni temi ricorrenti, soprattutto quelli legati ai padri e alle identità familiari irrisolte. Da una parte si parla del padre di Hoda e della possibilità che fosse gay, pur senza aver mai vissuto apertamente quella dimensione. Dall’altra entra in scena il padre estraniato di Boris, figura imprevedibile che finisce per complicare ulteriormente il matrimonio. Sono elementi che sembrano preparare una storia familiare fatta di segreti e incomprensioni, ma il film presto abbandona ogni aspettativa convenzionale. La sessualità dei personaggi cambia, il tempo smette di essere lineare, la gravidanza di Hoda diventa incerta e perfino la quarta parete comincia a incrinarsi.
È proprio in questa fase che I Plant My Hand in the Garden trova la sua identità più forte. Taheri e Hadžija non chiedono allo spettatore di ricostruire una cronologia perfetta, ma di accettare l’instabilità come parte del racconto. Il momento più radicale arriva con un’inquadratura che parte da un’immagine indistinta, dominata da tonalità rosate e rossastre, e si allontana lentamente fino a rivelare un punto di vista interno al corpo di Hoda. È una scelta visiva aggressiva, impossibile da dimenticare, ma non gratuita. Da quel momento il film sembra rinascere insieme alla protagonista, liberandosi definitivamente delle regole narrative che aveva ancora finto di rispettare.
Un’opera sulla trasformazione che trova la sua forza più nelle immagini che nelle risposte
Il titolo richiama inevitabilmente l’idea di rinascita e rigenerazione, e il film sviluppa questa suggestione attraverso una protagonista che sembra continuamente cambiare forma, ruolo e direzione. Identità, maternità, desiderio e appartenenza non vengono presentati come categorie stabili, ma come condizioni temporanee. Anche lo spazio partecipa a questa instabilità. Taheri e Hadžija costruiscono molte scene attraverso specchi, ostacoli fisici e composizioni che separano o avvicinano i personaggi all’interno della stessa inquadratura. La fotografia può sembrare inizialmente semplice, persino piatta in alcune situazioni, ma proprio osservando meglio emergono dettagli di composizione estremamente precisi.
Il film tocca anche le proteste represse in Iran, inserendole quasi lateralmente in una scena ambientata in un salone di bellezza. È uno dei passaggi meno integrati, perché appare più dichiarativo rispetto alla fluidità del resto del racconto. Eppure rimane coerente con una storia attraversata dal tema della libertà personale, soprattutto femminile, e dalla difficoltà di separare le scelte intime dalle condizioni politiche e sociali in cui vengono compiute. Il progetto iniziale avrebbe dovuto dare maggiore spazio proprio alle proteste e alle loro conseguenze sulla sorella di Hoda, mentre la versione finale sceglie di concentrarsi maggiormente sulla protagonista e sui legami familiari spezzati.
I Plant My Hand in the Garden non è un film che consiglierei a chi cerca una trama da seguire e poi ricomporre razionalmente. Il suo fascino nasce esattamente dal contrario. È un’opera che accetta di essere contraddittoria, incompleta e perfino indecifrabile, ma che usa questa instabilità per parlare di persone altrettanto instabili nel modo in cui percepiscono se stesse. Non tutto funziona con la stessa intensità e alcuni passaggi sembrano deliberatamente più oscuri del necessario, ma la forza visiva e l’audacia formale impediscono al film di diventare un semplice esercizio intellettuale. Taheri e Hadžija costruiscono un puzzle che forse non possiede una soluzione definitiva, e questa volta non è un difetto. Il punto non è capire dove ogni pezzo debba andare, ma osservare come continua a cambiare forma mentre proviamo a tenerlo tra le mani.
