Demetra in esilio trasforma Milano in un mito sospeso | Madre e figlia si cercano dentro una casa soffocata dall’estate: il cambiamento arriva quasi senza farsi vedere

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Demetra in esilio – fortementein

Maria Giovanna Cicciari rilegge Demetra e Persefone attraverso un rapporto familiare fragile e quotidiano, costruendo un esordio di finzione intimo, lento e sensibile, più interessato alle trasformazioni invisibili che ai grandi eventi.

Demetra in esilio è un film che lavora sul tempo prima ancora che sulla trama. Maria Giovanna Cicciari, al suo esordio nella finzione dopo un percorso nel documentario, prende il mito di Demetra e Persefone e lo porta dentro un appartamento milanese durante un’estate torrida, quasi immobile. È una scelta che potrebbe sembrare riduttiva, ma in realtà diventa il cuore stesso del film. Il mito non viene illustrato né adattato in modo letterale: viene assorbito nella quotidianità di due donne, nei loro gesti ripetuti, nelle assenze, nelle cure e nel bisogno reciproco di trovare una nuova forma di equilibrio.

Al centro ci sono Daria e Lia, interpretate da Ioana Miruna Drajneanu e Roberta Rovelli. Daria, la madre, è depressa, stanca e sempre più chiusa dentro una routine fatta di libri, piante e ventilatori che tentano inutilmente di alleggerire l’afa. Lia, venticinquenne, si prende cura di lei mentre cerca di portare avanti un progetto artistico dedicato proprio al mito di Demetra e Persefone. Le sue uscite sono poche, limitate alla spesa e a qualche ripresa, e questa restrizione rende l’appartamento quasi un mondo autosufficiente, un rifugio che protegge ma allo stesso tempo trattiene.

La forza del film sta nei piccoli cambiamenti che rompono la ripetizione

Demetra in esilio è prodotto all’interno di Biennale College – Cinema, di cui è l’unico progetto italiano selezionato nella quattordicesima edizione, ed è stato realizzato con un budget da 200.000 euro. La dimensione contenuta del progetto diventa una risorsa, perché Cicciari non prova mai a compensare con artifici ciò che manca in termini produttivi. Al contrario, concentra tutto sulle presenze, sugli spazi e sui ritmi. La casa è osservata come un organismo, e le azioni quotidiane diventano lentamente variazioni di uno stesso motivo.

È proprio qui che il film trova la sua parte più riuscita. La ripetizione potrebbe facilmente diventare monotonia, ma Cicciari la usa per rendere visibili cambiamenti minimi. Un gesto leggermente diverso, un’assenza, una nuova abitudine, una modifica quasi impercettibile nella relazione tra madre e figlia: sono questi dettagli a far avanzare davvero la storia. La ciclicità del mito viene così messa in discussione dall’idea che nessun ritorno sia mai identico al precedente. Daria e Lia sembrano intrappolate nello stesso giorno, ma intanto qualcosa si sta lentamente spostando.

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Il mito resta sullo sfondo e proprio per questo il film evita la retorica

L’ispirazione dichiarata arriva anche da Gli dèi in esilio di Heinrich Heine, testo che immaginava il destino delle divinità pagane dopo l’avvento del Cristianesimo. Questo riferimento potrebbe appesantire il film, ma Demetra in esilio funziona meglio quando non insiste sul simbolismo e lascia che il mito agisca in modo sotterraneo. Daria e Lia non sono semplicemente versioni moderne di due figure mitologiche: sono due persone che attraversano una separazione emotiva e una possibile rinascita, senza che il film senta il bisogno di tradurre ogni passaggio in una corrispondenza esplicita.

La scelta più interessante è quella di trasformare l’estate milanese in una sorta di stato mentale. Il caldo, i ventilatori, le stanze chiuse e le poche uscite producono una sensazione di sospensione che si accorda bene con la condizione delle protagoniste. Il mondo esterno sembra esistere appena, mentre il fuori campo acquista un peso crescente. Ciò che non vediamo conta quasi quanto ciò che vediamo, e proprio questa tensione tra spazio visibile e spazio immaginato dà al film una qualità quasi onirica.

Demetra in esilio non è un film che punta sul conflitto aperto o su svolte narrative nette. La sua forza sta nella delicatezza con cui osserva due donne che stanno cambiando senza riuscire ancora a nominare quel cambiamento. Qualche passaggio può risultare eccessivamente rarefatto e la lentezza richiede una certa disponibilità da parte dello spettatore, ma il film possiede una coerenza precisa e una sensibilità rara nel modo in cui tratta la dipendenza affettiva senza trasformarla subito in giudizio.

Maria Giovanna Cicciari firma così un’opera piccola ma molto consapevole, capace di usare il mito come strumento e non come decorazione. La madre e la figlia di Demetra in esilio non devono semplicemente separarsi o ritrovarsi: devono imparare a esistere senza annullarsi l’una nell’altra. È in questa lenta conquista di uno spazio personale che il film trova il proprio senso più profondo, lasciando che il cambiamento arrivi quasi di nascosto, come qualcosa che era già iniziato molto prima che qualcuno se ne accorgesse.