Queer Edward II riporta Derek Jarman sul set | Un documentario mostra il regista mentre trasforma Marlowe in cinema politico: il tempo ha cambiato alcune battaglie

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Attraverso materiali girati durante la lavorazione di Edward II, il film restituisce un Derek Jarman ironico, autorevole e radicale, immerso in un momento in cui arte, attivismo queer e crisi dell’Aids erano impossibili da separare.

Queer Edward II è interessante prima ancora per ciò che documenta che per il modo in cui lo documenta. Tornare sul set del film realizzato da Derek Jarman all’inizio degli anni Novanta significa infatti entrare in un ambiente culturale britannico ormai lontanissimo, dove cinema d’autore, finanziamenti pubblici, teatro, militanza politica e attivismo LGBTQ+ convivevano in uno spazio molto più poroso di quanto accada oggi. Il documentario utilizza immagini girate all’epoca da Seamus McGarvey, allora collaboratore alla macchina da presa e destinato in seguito a una grande carriera come direttore della fotografia. Proprio questa vicinanza rende il materiale prezioso: non vediamo una ricostruzione del metodo di Jarman, ma il lavoro mentre accade.

Il film su cui tutto ruota è Edward II, adattamento dell’opera di Christopher Marlowe dedicata al re inglese del XIV secolo e alla relazione con Piers Gaveston. Nel film di Jarman i ruoli principali erano affidati a Steven Waddington e Andrew Tiernan, con Tilda Swinton nei panni della regina Isabella. Ma la rilettura non aveva alcuna intenzione di limitarsi al dramma storico. Jarman utilizzava il testo di Marlowe come strumento contemporaneo, trasformandolo in un attacco frontale all’omofobia e alle discriminazioni ancora presenti nella Gran Bretagna del periodo.

Il vero protagonista è Jarman, leader gentile ma perfettamente consapevole del proprio progetto

Le immagini di McGarvey restituiscono un Jarman molto diverso dal cliché dell’artista maledetto o costantemente tormentato. Sul set appare sereno, autorevole, spesso divertito, capace di guidare la troupe con una naturalezza che non ha bisogno di trasformarsi in aggressività. È forse questo l’aspetto più bello del documentario: osservare un regista radicale nelle idee e sorprendentemente tranquillo nella gestione del lavoro quotidiano. Intorno a lui, invece, la produzione deve affrontare problemi molto più concreti, dagli extra da pagare alle domande della stampa scandalistica.

La sua condizione personale rende inevitabilmente queste immagini ancora più toccanti. Quando Edward II viene realizzato, Jarman convive da circa cinque anni con una diagnosi di HIV, e la macchina da presa registra anche la presenza dei farmaci senza insistervi in modo melodrammatico. Sapere ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi conferisce al materiale una dimensione ulteriore, ma il documentario ha il merito di non ridurre Jarman alla malattia. Ciò che emerge soprattutto è un artista completamente presente, attento alla forma e ancora più consapevole della necessità politica del proprio cinema.

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L’attivismo entra nel film, ma alcune strategie oggi appaiono molto più problematiche

Edward II nasce come un’opera apertamente queer e brechtiana, costruita contro Section 28, contro l’indifferenza verso la ricerca sull’HIV e sull’Aids e contro le disparità nell’età del consenso. Per rendere ancora più esplicito questo legame, Jarman coinvolse anche attivisti di OutRage! come comparse. Il confine tra finzione e militanza si fece così sottilissimo: le proteste reali entrarono nel set, mentre il film stesso diventava parte di una battaglia politica più ampia.

Il documentario mostra però anche il lato più contraddittorio di quella stagione. In uno degli episodi più caotici, alcuni attivisti di OutRage! entrarono negli studi vicini, dove Cliff Richard stava provando, chiedendogli pubblicamente di dichiarare il proprio orientamento sessuale. Visto oggi, quel momento appare molto più scomodo che rivoluzionario. La pratica dell’outing forzato appartiene a un dibattito storico preciso, ma il film lascia percepire che anche Jarman fosse a disagio davanti a quella forma di pressione.

Ed è proprio qui che Queer Edward II acquista maggiore valore. Non cerca di trasformare gli anni Novanta in un’epoca mitica di purezza politica, ma permette di vedere quanto certe battaglie fossero urgenti e quanto alcune strategie potessero essere discutibili persino per chi condivideva gli stessi obiettivi. Jarman emerge così non come una semplice icona, ma come un artista capace di tenere insieme militanza e dubbio.

Queer Edward II funziona soprattutto come ritratto di un processo creativo e di un momento storico irripetibile. Non è soltanto il making of di un film importante, ma la fotografia di un ambiente nel quale il cinema poteva diventare direttamente gesto politico senza perdere ironia, eleganza e complessità. Le immagini di Jarman al lavoro hanno oggi qualcosa di profondamente commovente proprio perché non cercano di esserlo. Mostrano un uomo che continua a creare mentre attorno a lui il mondo cambia rapidamente, e ricordano quanto il suo cinema fosse capace di trasformare la rabbia in forma, il conflitto in bellezza e l’urgenza politica in qualcosa destinato a durare molto più della cronaca da cui nasceva.