
Andrea Pallaoro porta sullo schermo l’ultima sceneggiatura sviluppata da Bernardo Bertolucci e costruisce un melodramma elegante, chiuso e rarefatto, in cui la forma spesso seduce più dei sentimenti.
The Echo Chamber è un film che sembra nascere da una contraddizione precisa: raccontare due persone incapaci di costruire una relazione piena dentro uno spazio che, invece, appare completo in ogni dettaglio. L’enorme appartamento londinese in cui si svolge quasi tutta la storia è pieno di libri, musica, superfici preziose e stanze che sembrano progettate per accogliere una vita intensa. Eppure, tra Leo e Anne, quella vita continua a mancare. Andrea Pallaoro lavora proprio su questa distanza, trasformando la casa in un luogo capace di contenere il desiderio senza riuscire a risolverlo.
La storia nasce dall’ultimo progetto a cui Bernardo Bertolucci stava lavorando prima della morte nel 2018, successivamente sviluppato da Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini. Al centro ci sono Leo, interpretato da Luca Marinelli, produttore musicale tormentato da un dolore cronico alla schiena, e Anne, interpretata da Alicia Vikander, medico che entra nella sua vita attraverso la cura e finisce per diventare parte di un legame molto più difficile da controllare. Il loro rapporto nasce dalla vicinanza ma si struttura subito sull’assenza, sull’attrazione e sulla paura di lasciarsi davvero entrare.
La casa racconta più dei personaggi, ed è insieme il pregio e il limite del film
Pallaoro gira il film in formato 4:3 e costruisce ogni inquadratura con grande precisione. La casa non viene semplicemente mostrata, viene sezionata. Porte, vetri, stanze e profondità creano continuamente separazioni fisiche tra i personaggi, come se lo spazio stesso visualizzasse ciò che loro non riescono a dire. La fotografia di Diego Garcia rende ogni angolo quasi autonomo, trasformando mobili, tende, superfici e corpi in una serie di composizioni molto controllate.
Il problema è che questa eleganza finisce talvolta per prevalere sulla relazione. Leo e Anne si avvicinano, si respingono, si cercano e ricadono negli stessi schemi, ma il film insiste così tanto sulla loro distanza da rischiare di renderla emotivamente piatta. Il sentimento viene suggerito attraverso silenzi, sospiri, gesti e assenze, ma raramente esplode davvero. È una scelta coerente con la poetica di Pallaoro, tuttavia in un melodramma che vive di desiderio e mancanza la freddezza rischia di diventare un ostacolo.

Marinelli, Vikander e Sarandon provano a dare calore a un racconto volutamente trattenuto
Luca Marinelli interpreta Leo come un uomo sospeso tra fragilità fisica, dipendenza e bisogno di controllo. Il dolore alla schiena lo porta verso l’uso di farmaci e crea un nodo inevitabile con Anne, che da medico è parte del percorso di cura ma diventa anche una presenza associata alla fase più problematica della sua vita. Quando lui tenta di allontanarsi, la distanza non interrompe il rapporto: lo sposta semplicemente dentro la casa.
Anne continua infatti a frequentare l’appartamento anche quando Leo non c’è, trasformando quello spazio in una specie di relazione sostitutiva. Dorme nel suo letto, usa il bagno, legge, osserva gli oggetti e cerca tracce della sua vita. È uno degli elementi più interessanti del film perché suggerisce che il loro legame sopravviva meglio attraverso le cose che attraverso il contatto diretto. Ma è anche un meccanismo che, ripetuto a lungo, perde progressivamente forza.
A portare una variazione importante è Susan Sarandon, nei panni della cantante Ava May, che Leo coinvolge nella registrazione di un nuovo album. Il personaggio introduce un’energia diversa, più ironica e più consapevole, e il rapporto tra lei e Leo riesce a essere immediatamente più vivo proprio perché meno soffocato dalla necessità di rappresentare un amore impossibile. Sarandon entra nel film con naturalezza e mostra quanto avrebbe potuto essere utile concedere maggiore spazio a dinamiche differenti da quella centrale.
La musica svolge un ruolo fondamentale, a partire dall’apertura sulle note di Gosh di Jamie xx. Più avanti diventa anche uno strumento sentimentale, un modo per permettere ai personaggi di comunicare indirettamente. È in questi momenti che The Echo Chamber trova una sincerità maggiore: quando smette di costruire l’emozione esclusivamente attraverso l’attesa e la lascia passare attraverso una canzone, un oggetto o una stanza.
La durata superiore alle due ore amplifica però tutti i problemi di una struttura volutamente circolare. Le ripetizioni diventano evidenti e il finale cerca una spinta melodrammatica che sembra quasi provenire da un film diverso, come se la storia avesse improvvisamente bisogno di produrre una catarsi dopo aver trascorso così tanto tempo a negarla. È proprio questo cambio di intensità a rendere meno convincente la parte conclusiva.
The Echo Chamber resta un’opera tecnicamente molto raffinata, con tre interpreti forti e un’idea visiva chiara. Ma è anche un film in cui la bellezza formale rischia spesso di sostituirsi all’intimità invece di amplificarla. L’appartamento conserva ogni cosa, ma non riesce a riempire ciò che manca tra Leo e Anne. Ed è forse questa la lettura più interessante del film: non una grande storia d’amore soffocata dalle circostanze, ma due persone che continuano a proiettare un sentimento dentro uno spazio perché, quando sono finalmente una di fronte all’altra, non sanno bene come abitarlo.
