Carla Lonzi torna al centro del racconto | Francesca Archibugi ricostruisce la vita della femminista italiana: archivi, relazioni e rivolte | La voce che parla ancora al presente

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Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 83, il documentario di Francesca Archibugi restituisce complessità e umanità a Carla Lonzi, oltre l’immagine della femminista radicale.

Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo comincia da un’immagine capace di raccontare immediatamente il clima culturale di un’epoca. In un filmato televisivo degli anni Settanta, alcuni intervistati descrivono le femministe come donne aggressive, pericolose ed estremiste. Da quella rappresentazione stereotipata prende avvio il documentario di Francesca Archibugi, presentato il 6 settembre alle Giornate degli Autori dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia. La regista sceglie però di procedere nella direzione opposta rispetto a quelle semplificazioni: non cerca di trasformare Carla Lonzi in un simbolo immobile, ma prova a restituirne la complessità attraverso le sue relazioni, le sue contraddizioni, le sue scelte e soprattutto la sua voce.

Archibugi ha conosciuto personalmente Lonzi ed è la compagna di Battista Lena, unico figlio dell’intellettuale. Proprio Lena accompagna la regista in una ricerca costruita attraverso testimonianze, materiali d’archivio, diari e registrazioni audio. Lonzi, infatti, ha documentato a lungo la propria esperienza personale e intellettuale, annotando pensieri e registrando su audiocassette alcune conversazioni decisive della sua vita. Il film può quindi contare su un patrimonio particolarmente prezioso, capace di far emergere non soltanto l’autrice di testi fondamentali del femminismo italiano, ma anche la donna che si interrogava continuamente su famiglia, amore, lavoro, potere e libertà. Ne emerge un ritratto distante dalle etichette più rigide che nel tempo le sono state attribuite.

Dalla critica d’arte a Rivolta femminile, la trasformazione di Carla Lonzi

Il documentario ripercorre la formazione di Carla Lonzi partendo dagli anni dell’infanzia e della giovinezza. Entrano così nel racconto il rapporto difficile con il padre, l’esperienza in un collegio cattolico vissuta anche come primo spazio di autonomia familiare, il primo amore, il doloroso tradimento con l’amatissima sorella Lidia e successivamente le amicizie maturate durante gli anni universitari. Il passaggio decisivo arriva però con il lavoro di critica d’arte alla fine degli anni Sessanta. Lonzi comincia a mettere in discussione il ruolo stesso del critico e il modo in cui questo sguardo, apparentemente neutrale, possa in realtà riprodurre strutture di potere, autorità e una pretesa di universalità che lei percepisce come falsa.

Da questa riflessione nasce Autoritratto, volume costruito attraverso le voci di quattordici artisti, tra cui Carla Accardi, Pietro Consagra e Lucio Fontana. Al posto di un giudizio esterno e dominante, Lonzi porta al centro il dialogo, l’ascolto e la relazione. Quella scelta segna anche una rottura personale con il mondo accademico e con la critica tradizionale. Come ricostruisce Battista Lena, a incidere su questo passaggio contribuisce anche la scoperta di un tumore, allora percepito come una malattia difficilmente curabile. Durante una permanenza negli Stati Uniti con il compagno Pietro Consagra, Lonzi matura ulteriormente la necessità di cercare una forma di vita e di pensiero più aderente alla propria esperienza. Nel 1970, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, fonda Rivolta femminile, destinato a diventare uno dei gruppi più importanti nella storia del femminismo italiano.

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Un pensiero che continua a interrogare le generazioni più giovani

Il manifesto di Rivolta femminile propone una frattura profonda rispetto all’idea di emancipazione intesa soltanto come accesso delle donne agli stessi spazi di potere già costruiti dagli uomini. La sua prima affermazione sostiene che la donna non debba essere definita in rapporto all’uomo. Da qui deriva la volontà di costruire un paradigma completamente differente, attraverso pratiche separatiste, gruppi di autocoscienza e una critica radicale a una produzione culturale che per secoli aveva relegato il pensiero femminile ai margini. Nel mirino entrano anche il Sessantotto, i movimenti antiautoritari e una parte della sinistra radicale, accusati di aver continuato a riprodurre nei rapporti tra uomini e donne dinamiche di potere che dichiaravano invece di voler superare.

Archibugi affida il racconto anche alle compagne di allora, alle studiose e alle donne che ancora oggi leggono Lonzi. Intervengono, tra le altre, la storica dell’arte Laura Iamurri e la filosofa e femminista Maria Luisa Boccia. Il documentario ricorda inoltre come per lungo tempo gli scritti di Lonzi siano stati difficili da reperire, anche a causa di una disputa sui diritti dei volumi originariamente pubblicati da una casa editrice legata al movimento e spesso circolati soltanto in fotocopia. Negli ultimi anni titoli come Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e Taci, anzi parla sono tornati invece disponibili grazie alle nuove edizioni pubblicate da La Tartaruga a partire dal 2023. Il film mostra così una Lonzi ancora presente nei collettivi e nelle case delle donne italiane, capace di parlare anche a generazioni lontane dalla sua epoca. La chiusura scelta da Archibugi segue questa stessa idea: la telecamera si gira verso chi normalmente resta fuori campo e inquadra per un momento la regista. Poco prima risuona una frase tratta dal diario di Lonzi, il desiderio di continuare a essere una presenza capace di liberare le altre. È forse il modo più coerente per terminare un film costruito interamente attorno all’ascolto e alla possibilità di cambiare prospettiva.