I figli della scimmia conquista Venezia | Riccardo Scamarcio sorprende nel film di Tommaso Landucci: paternità, fratelli e silenzi | La prova che cambia tutto

3
I_figli_della_scimmia_-_fortementein_1280

Presentato a Venezia 83, il film di Tommaso Landucci sceglie la semplicità per raccontare legami familiari, responsabilità e desideri. Al centro c’è un Riccardo Scamarcio misurato e profondamente umano.

I figli della scimmia parte da una materia apparentemente ordinaria e proprio lì trova la sua forza. Tommaso Landucci costruisce un racconto fatto di persone, relazioni familiari, piccoli gesti e sentimenti che raramente hanno bisogno di essere dichiarati apertamente. Presentato a Venezia 83 e prodotto da James Ivory, il film prende il titolo dall’omonima fiaba di Esopo e affronta temi come la paternità, la fratellanza, il senso di responsabilità e la necessità di concedersi una forma di leggerezza. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Landucci insieme a Damiano Femfert, evita di trasformare i protagonisti in figure schematiche e preferisce lasciare emergere contraddizioni e fragilità attraverso le situazioni quotidiane.

Il centro emotivo della storia è Dario, interpretato da Riccardo Scamarcio. È un perito, un marito e un padre presente, un uomo gentile che parla poco ma possiede anche un senso dell’umorismo capace di alleggerire ciò che lo circonda. Accanto a lui c’è il nipote quattordicenne Giacomo, interpretato da Tancredi Naldini, figlio del fratello maggiore di Dario, a cui dà volto Fausto Russo Alesi. Giacomo suona il flauto, ha una fidanzata e attraversa quella quotidianità adolescenziale che appare invece lontanissima da Enrico, il figlio di Dario interpretato da Andrea Aggio, costretto su una sedia a rotelle. È proprio attraverso questo delicato intreccio familiare che il film comincia a interrogarsi su cosa significhi essere padre e su quanto possano diventare sottili i confini tra amore, protezione, desiderio e rimpianto.

Riccardo Scamarcio al centro di un racconto costruito sui gesti

Landucci sceglie di restare vicino a Dario e di osservare il suo rapporto con Giacomo senza trasformarlo in una dimostrazione programmatica. Scamarcio lavora soprattutto per sottrazione: sguardi, pause e piccoli cambiamenti nell’espressione diventano parte essenziale della costruzione del personaggio. È una prova che rinuncia alla ricerca della scena eclatante e si inserisce perfettamente nell’impostazione complessiva del film. Anche la scelta del formato 4:3 contribuisce a questa sensazione di intimità, restringendo lo spazio attorno ai protagonisti e concentrando l’attenzione sulle loro relazioni. L’approccio può ricordare per sensibilità il cinema di Hirokazu Kore’eda, soprattutto nella capacità di osservare la famiglia senza imporre un giudizio netto sui suoi componenti.

La quotidianità diventa così il vero linguaggio de I figli della scimmia. Un piatto di aglio e olio preparato rapidamente, un giro in motocicletta, una frase appena pronunciata o uno sguardo possono assumere più importanza di una spiegazione esplicita. Anche l’assenza quasi totale di musica d’accompagnamento segue questa direzione, lasciando che siano ambienti, dialoghi e silenzi a determinare il ritmo. Fa eccezione Only You nella versione dei The Flying Pickets. Il film si avvicina alle due ore di durata e in alcuni passaggi avrebbe potuto beneficiare di una maggiore asciuttezza, ma la dilatazione contribuisce anche a creare quello spazio necessario perché i personaggi possano esistere senza essere continuamente spinti dalla trama.

I_figli_della_scimmia_-_fortementein_1280

Paternità e fratellanza senza risposte facili

Dietro la sua apparente semplicità, il film mette in scena un conflitto molto più complesso. Essere padre significa amare, ma anche convivere con la paura di sbagliare e con l’impossibilità di controllare ogni cosa. Allo stesso modo, essere fratelli non coincide necessariamente con una vicinanza priva di attriti. Generosità ed egoismo, accettazione e rimpianto finiscono per convivere nello stesso spazio emotivo. Landucci e Femfert, già vincitori del Premio Solinas nel 2021, non cercano una morale definitiva e lasciano che siano le contraddizioni dei protagonisti a portare avanti il racconto. La leggerezza evocata dal film non coincide quindi con la superficialità: diventa piuttosto una possibilità di respirare quando il peso dei ruoli familiari rischia di occupare ogni spazio.

I figli della scimmia trova così la propria identità nella misura. La regia di Tommaso Landucci evita gli artifici, mentre il cast sostiene una storia che preferisce osservare invece di spiegare. È soprattutto Riccardo Scamarcio a beneficiare di questa scelta, trovando in Dario un personaggio che gli permette di lavorare su vulnerabilità, ironia e affetto senza forzature. Il risultato è un film italiano interessato alla normalità e alle sue crepe, capace di affidare ai volti e ai silenzi ciò che altri racconti consegnerebbero ai dialoghi. Ed è proprio quando lascia parlare gli occhi dei suoi protagonisti che il film mostra con maggiore chiarezza ciò che vuole raccontare.