Quando il lavoro divora tutto il resto | A Good Little Soldier segue Alba Rohrwacher dentro una macchina aziendale senza tregua: la ribellione non arriva mai davvero

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Stéphane Brizé torna a Venezia con un dramma sul lavoro costruito attorno ad Alba Rohrwacher, efficace nel raccontare l’alienazione ma meno incisivo quando prova a trasformarla in critica sociale.

A Good Little Soldier porta Stéphane Brizé per la quarta volta alla Mostra del Cinema di Venezia e mette al centro una protagonista che sembra non esistere al di fuori del proprio impiego. Carla Moretti, interpretata da Alba Rohrwacher, è quasi sempre al lavoro, diretta in ufficio oppure in un bar abbastanza vicino da poter tornare alla scrivania in pochi minuti. Il film costruisce da questa ossessione una riflessione sul rapporto tra identità e produttività, mostrando una donna che non subisce semplicemente le richieste del proprio ambiente professionale ma sembra averle interiorizzate fino a trasformarle in una forma di disciplina personale.

Carla ha appena iniziato a lavorare come responsabile delle risorse umane in una compagnia di assicurazioni sanitarie guidata dal carismatico e aggressivo amministratore delegato Arnaud, interpretato da Vincent Lindon, alla sua sesta collaborazione con Brizé. Una delle prime sequenze riassume immediatamente il clima aziendale: Carla e gli altri dirigenti presentano un video promozionale costruito sull’inclusione e sulla convivenza tra dipendenti con caratteristiche diverse. Arnaud reagisce con rabbia, respingendo quello che considera un linguaggio politicamente corretto e chiedendo invece un’immagine capace di attirare “vincenti”. Il principio è semplice: forza, competizione e profitto devono avere la precedenza su ogni altra considerazione.

Carla diventa il soldato perfetto di un sistema che la sta consumando

Dopo quella sfuriata, Carla reagisce nel modo più paradossale possibile: invece di mettere in discussione il sistema, lavora ancora di più. Il senso di inadeguatezza diventa carburante e la protagonista cerca di dimostrare continuamente di essere all’altezza delle aspettative. La sceneggiatura, scritta da Brizé insieme a Coralie Amédéo e Olivier Gorce, segue questa deriva attraverso una serie di situazioni che prendono di mira i rituali della vita aziendale: nuovi video promozionali, consulenti dalle pretese artistiche e attività di team building che finiscono per assomigliare a vere e proprie cerimonie di umiliazione. La satira è chiara, ma spesso anche prevedibile, perché il film insiste su una critica del mondo corporate che raramente trova un’angolazione davvero nuova.

Il prezzo pagato da Carla emerge soprattutto nella relazione con il figlio Louis, interpretato da Adrien Bobinet. La donna condivide la custodia con l’ex marito Olivier, interpretato da David Talbot, ma continua a rimandare o cancellare i periodi che dovrebbe trascorrere con il ragazzo. Louis le invia ogni giorno dei video che lei ascolta durante gli spostamenti, mentre le conversazioni avvengono spesso attraverso uno schermo e si trasformano facilmente in discussioni sui risultati scolastici. Anche quando parla con il figlio, Carla continua a comportarsi come una responsabile delle risorse umane: valuta, corregge, pretende. Nel frattempo Olivier dedica il proprio tempo a Louis con maggiore leggerezza, mentre Carla sembra non accorgersi della distanza che sta creando.

Alba Rohrwacher salva le sfumature, ma il film resta prigioniero della sua idea

La seconda crisi riguarda direttamente il lavoro. Carla riceve una registrazione che dimostra come Madame Lalouette, interpretata da Carine Rouvier, maltratti verbalmente la più fragile Madame Morel, interpretata da Sandra Le Gall. Il problema è che Lalouette garantisce risultati troppo importanti per l’azienda e diventa quindi quasi intoccabile. Carla prova a proteggere Morel proponendone il trasferimento, ma questa soluzione irrita i superiori e mette in evidenza la logica brutale dell’organizzazione: se un comportamento produce profitto, la sua violenza diventa secondaria. Persino il fatto che Morel raggiunga i propri obiettivi non basta, perché gli altri membri del gruppo stanno ottenendo risultati superiori e lei finisce comunque per essere considerata sacrificabile.

È qui che Alba Rohrwacher offre al film la sua parte più convincente. La trasformazione di Carla è minima, fatta di esitazioni e brevi incrinature nella sua professionalità apparentemente impeccabile. Non c’è una grande presa di coscienza e nemmeno una rottura capace di ribaltare il sistema. Proprio questa scelta rende coerente il personaggio ma limita la forza drammatica del film, perché il “buon soldatino” del titolo continua sostanzialmente a eseguire gli ordini fino alla fine. Brizé costruisce così un’opera volutamente claustrofobica, nella quale lavoro e vita privata diventano indistinguibili, ma la stessa rigidità che descrive finisce per contagiare anche il racconto. A Good Little Soldier osserva bene la gabbia, ne riconosce i meccanismi e lascia emergere qualche crepa morale; ciò che manca è il gesto capace di trasformare quella consapevolezza in qualcosa di davvero destabilizzante.