Cortile d’Onore. È l’antico cortile del palazzo dei Conti Taverna (XVI Secolo): una corte quadra costituita da un loggiato ad archi a tutto sesto con capitelli in stile dorico. La pavimentazione è quella originale, in cotto a spina di pesce arricchita da quadrelli in marmo rosa di Candoglia, lo stesso usato per il Duomo di Milano. Nel loggiato sono visibili affreschi e stemmi anch’essi cinquecenteschi. Più recentemente, sono stati posti una statua raffigurante la maternità (opera di Ivo Soli), una targa commemorativa dei dipendenti caduti nelle due Guerre Mondiali, una scultura raffigurante Sant’Ambrogio (opera di Giuliano Pulcini) e una targa commemorativa dei reporter italiani caduti in guerra.

Si avvicina il tempo della primavera, fatta di gite, escursione e perchè no anche passeggiate. Fortementein riparte dunque alla scoperta della sua città, Milano, e per questo primo (ri)passo ha scelto Palazzo Isimbardi.

Antica dimora di importanti famiglie patrizie, che ne hanno segnato l’evoluzione architettonica e non solo, Palazzo Isimbardi, oggi sede della Provincia di Milano, ha una storia lunga e avvincente, fatta di intrigo, arte e politica.

Stretta entro la cerchia dei Navigli, dalle sei porte principali e dalle pusterle di Milano si irradiavano le vie che portavano al contado lungo le quali sorgevano osterie e ospizi, conventi e cascine. È dunque in un ambiente rurale che sorse in epoca sforzesca quel primo nucleo residenziale che sarebbe destinato a divenire quello che oggi noi conosciamo come Palazzo Isimbardi. Lungo la strada di Monforte, nella parrocchia di San Babila, poco distante dalla Casa degli Umiliati di San Damiano, sorse quindi l’antica dimora di importanti famiglie patrizie, che ne hanno segnato pesantemente l’evoluzione architettonica.
La casa venne rimaneggiata nel corso dei secoli secondo i gusti dei proprietari che vi succedettero: dapprima il patriziato locale, quindi l’alta borghesia, fino all’acquisizione da parte della Provincia di Milano negli Anni 30 del XX Secolo.

La dimora di cui parla il Marchese Gerolamo Parravicino nel suo testamento del 1497, prima fonte storica a cui sono risalite le ricerche su Palazzo Isimbardi del quale restano sconosciuti il primo proprietario come pure l’architetto che lo costruì, la definisce una non vasta, ma elegante abitazione di campagna, situata in quella zona fuori dalle mura che era considerata il giardino per eccellenza di Milano: il Viridarium.
Fu durante la proprietà dei Conti Taverna, nel XVI secolo, che la costruzione assunse l’aspetto di un vero palazzo, una villa di delizia dove passare momenti di villeggiatura.
Intorno al cortile quadrato, con un pozzo nel mezzo, venne costruito il loggiato, con un ala signorile su due piani rivolta verso il giardino interno, che si estendeva fino agli orti dei Cappuccini di Porta Orientale ed era curato secondo lo stile all’italiana, probabilmente abbellito da fontane, statue e labirinti di mirto.
Il carattere appartato del complesso giustifica il tenebroso episodio che vi si consumò all’inizio del Seicento: fu qui che cercò rifugio il Conte Gian Paolo Osio, amico dei Taverna, braccato dalla giustizia e già condannato a morte per diversi omicidi consumati in seguito alla sua relazione clandestina con Virginia de Leyva, meglio nota come la Monaca di Monza. Per ragioni di opportunità politica, Cesare Taverna fece invece accompagnare lo sgradito ospite nella cantina, dove, ricevuta una frettolosa assoluzione, questi fu tramortito a bastonate e murato in una nicchia. Secondo la leggenda il fantasma dello sciagurato si aggira ancora per i sotterranei di palazzo Isimbardi.

All’inizio del Settecento, negli anni in cui dal dominio spagnolo Milano passava a quello austriaco, anche la proprietà subì rapidi cambiamenti, dapprima passato ai Lambertenghi e infine alla famiglia Isimbardi, che lo rese centro di studi e di raccolte scientifiche, gabinetto di mineralogia e raccolta di strumenti e carte nautiche.

Sala Musica.
La vocazione originaria della sala è stata rivelata dai bombardamenti della II Guerra Mondiale che hanno fatto crollare la controsoffittatura e fatto venire alla luce il soffitto risalente al XVIII Secolo con decorazioni neoclassiche raffiguranti strumenti musicali.

Non solo, furono rimaneggiati soprattuto gli interni: vennero aggiunti stucchi, porte laccate e lampadari di gusto veneziano, mentre lo stemma di famiglia fu incastonato sopra il camino della sala maggiore. Per accreditare la stirpe presso il patriziato milanese, furono commissionate ampie opere figurative celebranti le gesta degli antenati illustri: Lorenzo Isimbardi che consegnò la città di Pavia a condizioni onorevoli a Francesco Sforza, futuro Duca di Milano, e Ottaviano, che liberò il Cardinale Giovanni de’ Medici, futuro Papa Leone X, prigioniero dei francesi.

Giardino. Costruito all’italiana dai Conti Taverna e trasformato in parte all’inglese dai Marchesi Isimbardi, appassionati di botanica, vi si trovano tassi, magnolie sempreverdi, faggi, ippocastani ed un gigantesco platano, oltre a specie esotiche come aceri giapponesi, pini Himalayani ed un Ginkgo Biloba, di moda nei giardini dell’Ottocento. Alcune statue novecentesche richiamano le attività del territorio, industria e agricoltura. Qui è apprezzabile la facciata interna del Palazzo in stile neoclassico, di Giacomo Tazzini. Il muro con il confinante Palazzo Diotti, sede della Prefettura, era attraversabile un tempo tramite due porte, usate si dice da Benito Mussolini per concedersi brevi evasioni e di sicuro per fuggire dalla città il 25 aprile 1945. Adiacente al giardino è la “Torre delle sirene”, reperto della II Guerra Mondiale: torre di allarme dal caratteristico tetto conico in acciaio, rifugio antibomba per le autorità.

Nell’Ottocento fu il giardino a subire gli interventi più consistenti: venne rimodellato “all’inglese” e, secondo il gusto romantico, arricchito di luoghi nascosti, una collinetta e grotte artificiali, mentre la facciata interna fu ridisegnata in stile neoclassico dall’architetto Giacomo Tazzini, allievo del Canova. Anche il Cortile d’onore subì cambiamenti radicali, il sottoportico fu nobilitato con una volta a crociera e si procedette al collegamento diretto per le carrozze tra la strada e il loggiato e il belvedere (l’odierna Sala Affreschi).
Nel XIX Secolo, con l’Unità d’Italia, la Via Monforte e Milano tutta cambiarono volto. All’inizio del 900 la borghesia subentrò al patriziato e per il palazzo ciò significò manomissioni che modificarono l’aspetto di residenza nobiliare in favore della funzionalità.

Sala Affreschi. All’ingresso è posto il primo stemma della Provincia di Milano, di fine Ottocento: croce rossa in campo bianco (araldicamente definito argento), come quella del Comune di Milano, sormontata però dalla corona ferrea con fronde di quercia e alloro, caratteristica di tutte le Province. La sala sorge al posto del passaggio carrabile tra il cortile ed il giardino, dove si trovavano anche le scuderie, e deriva il nome dai due grandi affreschi qui collocati: “La Vittoria” e “La resa dei Re vinti”, parte di un ciclo ispirato al “Libro dei Re” della Bibbia attribuito a Pierfilippo Mazzucchelli, detto Il Morazzone. Le opere vennero spostate qui nel 1941, a cura del restauratore Archimede Albertazzi, provenienti da una villa abbandonata in cui visse anche Cesare Monti, Arcivescovo di Milano nel XVI Secolo; tutta la sala fu progettata per valorizzarle. Un terzo affresco dello stesso ciclo è visibile in un’altra sala del palazzo, mentre una ulteriore parete mostra un prezioso arazzo fiammingo del Seicento: la conversione al cristianesimo di Costantino il Grande.

Ciò nonostante si procedette a innumerevoli “aggiunte” e modifiche; da una porta a vetri del cortile d’onore si ha accesso alla Sala degli Affreschi, così chiamata perché nel 1941 vi furono collocati sei grandi affreschi provenienti da una villa situata nel territorio del Comune di Vaprio d’Adda, abitazione che nel ‘600 era appartenuta al cardinale Cesare Monti, Arcivescovo di Milano, tre dei quali in seguito distrutti dai bombardamenti su Milano del 1943 colpirono anche questa parte del Palazzo.

La resa dei vinti della città di Hebron (Morazzone) 1700

Situate alla destra della Sala degli Affreschi le tre sale che seguono ospitano ora la raccolta di orologi antichi di Palazzo Isimbardi.

 

L’affresco “Il Sacrificio di ringraziamento”, sempre del ciclo proveniente dalla villa di Vaprio d’Adda, ha dato il nome a questa sala seguita dalla Sala della Musica. L’ultima di questa parte del Palazzo è la Sala Pedenovi che ospita una grande tela cinquecentesca di Bernardino Campi, proveniente dalla villa Arconati-Pusterla di Limbiate.
Dal ballatoio dello scalone d’onore si accede all’atrio dei mappamondi in cui montati su eleganti treppiedi baroccheggianti, due grandi mappamondi lignei, raffigurano uno la volta celeste e l’altro il globo terracqueo.

 

Nella sala della Giunta è invece presente una scrivania in radica di olmo della prima metà dell’Ottocento, forse usata dal maresciallo austriaco Radetsky quando ricopriva la carica di governatore militare del Lombardo-Veneto.

 

Negli Anni Trenta, la Provincia di Milano acquisisce l’immobile per farne la propria sede. All’architetto Ferdinando Reggiori fu affidato il compito di restituire al palazzo le caratteristiche originarie, attraverso il recupero e la valorizzazione degli elementi decorativi che ogni secolo aveva lasciato, ma l’intervento più imponente fu l’ampliamento del palazzo, affidato a Giovanni Muzio, il più prestigioso e fecondo architetto del Novecento milanese. Un nuovo edificio di coerente stile funzionalista, dotato degli elementi simbolici come la torre, i portali colonnati, i pannelli scultorei fu giustapposto a quello antico. Il nuovo palazzo fu inaugurato il 24 ottobre 1942, ma circa mezz’ora dopo, su Milano si scatenò il primo bombardamento alleato, che frantumò i vetri di tutte le finestre. I successivi bombardamenti del 1943 colpirono gravemente la parte nord-occidentale del palazzo: quella sul giardino e verso il cortile comune con la Prefettura.
Un destino complicato quello di Palazzo Isimbardi che vide nuovi lavori di ricostruzione e di restauro dal 1950 al 1953.
Oltre ad ospitare la quotidiana attività amministrativa, Palazzo Isimbardi è aperto al pubblico per visite guidate gratuite al proprio rilevante patrimonio artistico, che annovera anche un olio su tela attribuito a Giambattista Tiepolo, e alla propria Biblioteca, che custodisce importanti raccolte legislative e legate alla storia del territorio.