Il rapimento di Arabella, Carolina Cavalli firma un road movie grottesco tra solitudine e surrealismo

Con Benedetta Porcaroli protagonista, il film alterna momenti esilaranti e cadute di tono, puntando più sull’assurdo che sulla profondità.
Il nuovo film di Carolina Cavalli, Il rapimento di Arabella, approdato in anteprima al Festival di Venezia, si presenta come un’opera curiosa e spiazzante. La regista, già nota per il suo sguardo eccentrico, propone un racconto che si muove tra il grottesco e l’assurdo, trasformando un’ipotetica storia di sequestro in un viaggio atipico attraverso la solitudine e i rapporti umani.
Al centro della vicenda troviamo Benedetta Porcaroli, che interpreta una giovane donna inquieta, sopra le righe, incapace di adattarsi al mondo intorno a sé. Il suo incontro con la piccola Arabella diventa l’occasione per un road movie anomalo, scandito da fughe, incontri improbabili e situazioni al limite del surreale. Ma più che sul legame tra le due protagoniste, il film sembra insistere sulla ricerca costante di stupire lo spettatore.
Questo approccio conferisce al racconto un tono volutamente eccessivo, che alterna momenti di comicità involontaria a passaggi che rasentano il paradosso. Un cinema che si diverte a destabilizzare, senza però sempre riuscire a dare coerenza alla propria visione.
Un viaggio grottesco tra libertà e assurdità
La struttura del film si avvicina a quella del road movie classico: due personaggi lontani per età e vissuto si ritrovano costretti a condividere un percorso, scoprendo gradualmente l’una nell’altra una possibilità di confronto. Tuttavia, Cavalli piega questa convenzione a un registro surreale, popolando la narrazione di episodi stranianti e caricaturali.
Il risultato è un mosaico di situazioni che a tratti diverte, grazie soprattutto alla prova generosa di Porcaroli, ma che spesso appare costruito con l’unico obiettivo di sorprendere. L’intenzione è chiara: mettere in scena la solitudine contemporanea attraverso l’assurdo, sottolineando la difficoltà di comunicare in un mondo alienante. Ma il rischio, in alcuni momenti, è quello di sacrificare la verosimiglianza in favore della stravaganza fine a se stessa.
Benedetta Porcaroli tra eccessi e fragilità
La performance di Benedetta Porcaroli è il cuore pulsante del film. L’attrice sceglie un registro volutamente esasperato, regalando al pubblico una protagonista spigolosa, instabile e quasi caricaturale. Una scelta che, da un lato, rende il film spassoso e imprevedibile, dall’altro rischia di smorzare la possibilità di una riflessione più intima e complessa.
Se la coppia con Arabella funziona come dispositivo narrativo, il rapporto tra le due resta però in superficie. Non si percepisce mai del tutto la profondità di un legame che avrebbe potuto diventare l’elemento centrale del racconto. La sensazione è che Cavalli sia più interessata a costruire scene d’impatto, visivamente o concettualmente, piuttosto che a scavare davvero nelle dinamiche emotive delle sue protagoniste.
Il rapimento di Arabella è, in definitiva, un film che oscilla tra originalità e autocompiacimento. Nel suo gioco di eccessi, riesce a strappare sorrisi e a incuriosire con atmosfere fuori dal comune, ma lascia anche la percezione di un’occasione parzialmente mancata. Un’opera che conferma il talento visionario di Carolina Cavalli, ma che allo stesso tempo mostra quanto sia difficile bilanciare l’assurdo con l’emozione autentica.