Frankenstein di Guillermo del Toro prende vita a Venezia 82 ed è già un successo
Dopo decenni di gestazione, Guillermo del Toro ne ha sempre parlato come del progetto della sua vita, il Frankenstein del regista messicano prende vita e si presenta a Venezia 82 in tutta la sua maestosità.
Guillermo del Toro ha affidato i ruoli principali a un cast d’eccezione: Oscar Isaac nei panni di Victor Frankenstein, Jacob Elordi nei panni della creatura, (tra le più riuscite interpretazioni di questo controverso personaggio), Mia Goth nel ruolo di Elizabeth e Christoph Waltz nei panni del promotore del progetto di Frankenstein nonché zio della stessa Elizabeth.
Da un punto di vista visivo si ha l’impressione che il romanzo di Mary Shelly (da cui ovviamente è tratta l’opera) prenda vita. Lo scenario è in chiave gotica, cupo ma allo stesso tempo con una tavolozza di colori quasi da graphic novel e con intime atmosfere emotive. Il prodotto si tiene lontano dal puro horror per concentrarsi di più sul dramma interiore: la riflessione sul diverso, sul concetto di mostro con l’annosa domanda: chi è il vero mostro? La creatura o il suo creatore? Infatti del Toro ha molto approfondito il rapporto di Frankenstein con la sua creatura e il rimorso che consegue l’atto di mettersi a livello di Dio.
Come lo stesso sottotitolo del romanzo suggerisce, infatti, Frankenstein è un moderno Prometeo che in questo caso si mette al posto di Dio, (i greci direbbero pecca di tracotanza) per dimostrare che l’uomo può dare la vita grazie alla scienza e alla medicina. Così, la storia è nota, dalla composizione di parti umane diverse ne esce una creatura che è il prodotto del dr. Frankenstein ma dotato di una forza sovraumana e dall’impossibilità di morire.
Jacob Elordi perfetto nei panni della creatura
Per la prima volto dopo decenni (Frankenstein è stato più volte ripreso dal cinema) la creatura è convincente, non stereotipata. In questo caso Elordi si è totalmente affidato al trucco di Mike Hill, che ne ha fatto qualcosa di molto lontano dalla classica iconografia della creatura: una figura inquietante ma con una forte carica poetica e di fatto un aspetto tutto umano.
Un altro Frankenstein, quello diretto da Kenneth Branagh vedeva Robert De Niro nei panni della creatura. In quel caso il volto di De Niro era troppo presente, insomma De Niro aveva una presenza ingombrante, benché la sua interpretazione fosse perfetta. Elordi invece si nasconde, diventa piccolo rispetto al personaggio, non domina con la sua personalità e perfino il suo volto, seppur riconoscibile.
Un’opera emozionante e sempre attuale
Questo “Frankenstein” appare come un’opera profondamente personale e riflessiva, lontana dalle atmosfere horror più convenzionali, che dà importanza al sentimento, alla costruzione di personaggi indimenticabili e all’esplorazione delle zone più umane del mito. L’estetica visiva, il cast e la musica lavorano insieme per raccontare una storia di creazione, dolore, rifiuto e riconciliazione, molto concentrata sul rapporto fra creatore e creatura.
Vista l’alta attesa e le intenzioni autoriali, il film promette di segnare una nuova pietra miliare nelle trasposizioni del celebre romanzo di Mary Shelley — non solo per gli amanti del genere, ma per chi cerca cinema che sappia raccontare storie. Del Toro è in concorso ufficiale in questa edizione e il “moderno Prometeo” di Del Toro non spaventa: commuove. Non è un film sul mostro, ma sull’umanità che si cela nelle sue ferite. Un’opera che ci ricorda come il vero orrore non stia nelle cicatrici di un volto, ma nelle scelte di chi lo ha creato.
Con Frankenstein, Guillermo del Toro dimostra ancora una volta di essere uno dei pochi registi contemporanei capaci di trasformare i classici in opere intime e universali, riconsegnando al pubblico non soltanto un mito gotico, ma un racconto profondamente umano. Un film che, al di là del concorso veneziano, sembra già destinato a lasciare un segno nel cinema di oggi.