No other choice di Park Chan-wook in concorso a Venezia 82 | Si sente odore di Leone d’oro

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Il regista coreano Park Chan- wook porta al lido una storia di disoccupazione e voglia di rivalsa che sa di vittoria nel concorso ufficiale della manifestazione, considerati i film visti fin ora.

Dustin Hoffman in Tootsie di Sydney Pollack (1982) diceva: “Io non credo nell’inferno. Credo nella disoccupazione” e pur di lavorare (il suo personaggio era un attore ambizioso e testardo) era disposto a vestirsi da donna. In No other choice il protagonista supera la linea di confine di legalità e moralità pur di tornare a lavorare in una cartiera, dopo un rastrellamento che ha portato al licenziamento di tante persone, lui compreso.

Park Chan-wook sceglie un registro meno patinato rispetto ai suoi lavori più celebri, eppure la sua cifra registica resta inconfondibile: inquadrature geometriche, un uso del colore che scandisce i passaggi emotivi, e una tensione in crescendo che accompagna lo spettatore fino all’ironico finale in cui dopo mille peripezie, il nostro eroe, o forse dovremmo dire anti-eroe, si ritrova in una condizione che aveva tanto desiderato ma che cela un oscuro presagio di futuro fallimento, in una scena che vede a confronto l’essere umano e le macchine, come a voler presagire ulteriori prove da affrontare.

No other choice è un film sociale, ma mai didascalico: la disoccupazione diventa il punto di partenza per raccontare la solitudine, l’umiliazione e la violenza silenziosa che si insinua quando l’uomo viene privato del proprio ruolo nella comunità. Proprio come nel sopra citato film di Pollack la disoccupazione viene descritta da Chan-wook come un inferno nel quale mangi o vieni mangiato e in cui sei disposto a tutto pur di salvarti la pelle, come i gladiatori nell’arena.

Il protagonista – interpretato da un intensissimo attore coreano (tra i favoriti per la Coppa Volpi) – non è un eroe positivo: anzi, Park ci costringe a seguirlo mentre scivola in un percorso ambiguo, dove la necessità di lavorare giustifica azioni sempre più estreme. La cartiera, luogo simbolico di fatica e dignità, è di fatto il pretesto narrativo, l’emblema dell’azienda tipo che per motivi economici si adegua ai tempi che corrono e segue il soldo invece di considerare il fattore umano. Uno schema tanto crudele quanto reale.

La perfetta famiglia patinata va in pezzi

La famiglia vista da Park Chan-wook diventa fragile, a un passo dal frantumarsi in mille pezzi, un nucleo effimero in apparenza solido, eppure pronto a rompersi come un pezzo di carta. La carta e la sua fragilità diventano infatti un simbolo di tutto questo precariato. Non è un caso, infatti, che all’inizio nella presentazione della famiglia del protagonista, con il marito che prepara fa il barbecue, la moglie che apparecchia la tavola e i figli intorno che giocano, tutto è raccontato in modo irreale, come se fosse un sogno pronto a trasformarsi in incubo. E così sarà.

L’abbraccio mattutino tra Man-su e i suoi cari, carico di affetto e normalità, si frantuma nell’inferno della disoccupazione e nella depressione che ne sfocerà. Quel lavoro che sembrava costituire l’identità del personaggio fin nel midollo viene spazzato via in un istante, mandando in pezzi la stabilità che aveva costruito con dedizione, un equilibrio che ora sembra impossibile da ripristinare. In generale l’atmosfera del film sembra somigliare molto, anche per i diversi risvolti di trama, a Parasite di Bong Joon-ho.

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I pilastri della moralità crollano

Il regista non si limita a dipingere la disoccupazione come una ferita economica, ma come un trauma esistenziale che corrode la figura del capo famiglia fino al midollo. Man-su, ridotto a vivere nella paura di perdere la casa o dover rinunciare persino a piccoli piaceri quotidiani, finisce per incarnare la tensione tra dignità e sopravvivenza. A questo indelebile senso di colpa domestico si intreccia un’altra ferita: l’umiliazione dei colloqui, il non sentirsi voluto e apprezzato per gli anni di esperienza maturati e la conseguente sensazione di sentirsi troppo vecchio.

Eppure, dietro a questa parabola tragica, si insinua un’ironia feroce, quasi grottesca: l’idea di vendere la casa, lasciar andare i cani per alleggerire il carico familiare, disdire l’abbonamento Netflix sono gesti pieni di un’amara comicità, e rivelano un protagonista disposto a spingersi oltre ogni limite pur di restare aggrappato al suo lavoro, certo, ma anche agli status symbol che lo inseriscono nella società in quanto uomo medio. Questa dimensione satirica, intrisa di cinismo, serve a Park per mettere in scena un lampante commento sul capitalismo che disumanizza e sulla precarietà che spinge all’estremo le scelte personali.

Con uno stile sobrio rispetto alle sue opere più vistose, ma non per questo meno incisivo, Park mette in scena un’opera che è tanto un monito sull’eclissi dell’umano nel mondo moderno quanto una coronamento potente della sua filmografia: un finale che lascia un senso di inquieta consapevolezza, ma anche di straordinaria partecipazione morale.