28 anni dopo: Il tempio delle ossa alza l’asticella | Ralph Fiennes domina il capitolo più potente: il film che cambia la saga
È raro che un quarto film riesca non solo a reggere il confronto con i capitoli precedenti, ma addirittura a superarli. Eppure 28 anni dopo: Il tempio delle ossa riesce nell’impresa, imponendosi come il capitolo più riuscito e radicale dell’intera saga iniziata oltre vent’anni fa. Il film prosegue direttamente dagli eventi di 28 anni dopo, confermando la volontà di spingere l’universo narrativo verso territori sempre più estremi, maturi e disturbanti.
Creato originariamente da Danny Boyle e Alex Garland, questo nuovo episodio passa sotto la regia di Nia DaCosta, che raccoglie un’eredità pesante e la rielabora con una sicurezza sorprendente. Il risultato è un horror post-apocalittico energico, feroce e profondamente umano, capace di rimettere al centro il conflitto tra le persone più che la minaccia zombie in senso stretto.
Al centro della scena emergono due interpretazioni devastanti: Ralph Fiennes e Jack O’Connell. Il loro scontro generazionale e ideologico diventa il vero motore emotivo del film, trasformando Il tempio delle ossa in qualcosa di più di un semplice capitolo di raccordo: un punto di svolta per l’intera saga.
Meno zombie, più uomini: il vero orrore è umano
La scelta più coraggiosa del film è quella di ridimensionare drasticamente il ruolo degli zombie. Gli infetti sono presenti, ma non dominano la narrazione. Anzi, diventano quasi marginali rispetto ai conflitti tra esseri umani, rendendo 28 anni dopo: Il tempio delle ossa il capitolo meno “zombie-centrico” della saga. Ed è proprio questo a renderlo il più interessante.
Ritroviamo Spike, il ragazzo interpretato da Alfie Williams, già protagonista del film precedente. Dopo aver lasciato la sicurezza dell’isola di Holy Island, il giovane si muove in un continente devastato, segnato da una nuova forma di barbarie. Le voci su un misterioso medico lo conducono verso il cuore dell’orrore, dove l’umanità non è stata cancellata, ma deformata.
È qui che entra in scena il personaggio interpretato da Ralph Fiennes, il dottor Ian Kelson. Figura enigmatica, con la pelle arancione a causa di un’autoterapia a base di iodio, Kelson ha costruito un monumento ai morti dell’umanità: il Bone Temple, un ossario rituale che rappresenta memoria, lutto e resistenza morale. La sua presenza introduce un’idea di civiltà fragile ma ostinata, un tentativo disperato di preservare dignità e compassione in un mondo collassato.
Il film suggerisce che l’orrore più autentico non risiede più nei contagiati, ma nei sopravvissuti. Gli zombie diventano quasi una forza naturale, mentre la vera minaccia nasce dall’organizzazione sociale deviata che prende forma dopo decenni di anarchia.

Ralph Fiennes, Jack O’Connell e un capitolo che spiazza
Il contraltare oscuro di Kelson è Sir Lord Jimmy Crystal, interpretato da Jack O’Connell. Leader carismatico e profondamente disturbante di una gang di non infetti, Jimmy ha costruito un sistema di potere basato sulla violenza, sul culto della personalità e su una mitologia grottesca che richiama icone televisive del passato. Il personaggio è inquietante, imprevedibile e magnetico, capace di rubare ogni scena in cui compare.
Il confronto tra Kelson e Jimmy non è solo narrativo, ma filosofico. Da una parte la compassione, la memoria e il tentativo di comprensione; dall’altra il dominio, la brutalità e la trasformazione della violenza in religione. È in questo scontro che 28 anni dopo: Il tempio delle ossa trova la sua forza più autentica, spostando l’asse del racconto verso un horror morale e politico.
Indimenticabile il momento in cui Ralph Fiennes si esibisce in una danza furiosa sulle note di The Number of the Beast degli Iron Maiden: una sequenza che è già entrata nella mitologia della saga e che rappresenta uno dei picchi assoluti della sua carriera. Non è semplice provocazione, ma un’esplosione di follia controllata che sintetizza l’anima del film.
Accanto a loro, emerge anche la figura dell’alpha zombie Samson, interpretato da Chi Lewis-Parry. Non è un semplice mostro, ma una creatura in trasformazione, capace di suscitare empatia e inquietudine. Attraverso Samson, il film suggerisce che persino l’infezione può evolvere, aprendo interrogativi disturbanti su ciò che resta dell’identità.
Crudo, violento e spesso spietato, 28 anni dopo: Il tempio delle ossa è un film che osa, che rinuncia alle certezze del genere per esplorare territori più complessi. Non è solo il miglior capitolo della saga: è quello che finalmente dimostra come, in questo universo, i non-zombie siano sempre stati i personaggi più cinematografici di tutti.
