Michael non convince | Il biopic evita tutto ciò che conta davvero: perché lascia un vuoto evidente
Il biopic dedicato a Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua, arriva al cinema con grandi aspettative ma lascia dietro di sé più dubbi che certezze. Il film ripercorre le tappe principali della carriera del Re del Pop, ma lo fa scegliendo una strada narrativa che privilegia lo spettacolo rispetto all’approfondimento, trasformando la storia in una sequenza di momenti già visti.
Dai primi passi con i Jackson Five fino al trionfo globale degli anni Ottanta, il racconto procede senza vere deviazioni, accumulando immagini iconiche ma evitando di entrare davvero nelle contraddizioni del personaggio. Il risultato è un film che scorre rapidamente, ma che lascia una sensazione di incompletezza.
Un racconto lineare che evita le zone d’ombra
La narrazione segue un percorso cronologico prevedibile, mostrando l’ascesa artistica di Michael Jackson senza soffermarsi sulle sfumature più complesse della sua vita. Il film si chiude con il concerto di Wembley del 1988, quando l’artista aveva circa 30 anni, lasciando intendere che la storia non sia realmente conclusa.
Proprio questa scelta solleva interrogativi. Le parti più controverse della sua esistenza restano fuori campo, accennate ma mai affrontate. Anche il rapporto con il padre Joe Jackson, interpretato da Colman Domingo, viene rappresentato in modo diretto ma senza un reale approfondimento delle conseguenze emotive.
Il film preferisce quindi restare su un terreno più sicuro, costruendo una narrazione che evita qualsiasi elemento potenzialmente divisivo. Una scelta che rende l’opera accessibile, ma anche limitata nella sua capacità di raccontare davvero il protagonista.

Un protagonista convincente in un film che resta in superficie
Nel ruolo principale troviamo Jaafar Jackson, nipote dell’artista, che riesce a restituire con precisione movenze e presenza scenica. Le performance musicali sono tra gli elementi più riusciti del film, capaci di trasmettere almeno in parte l’energia che ha reso Michael Jackson una figura unica nella storia della musica.
Accanto a lui, il cast resta spesso in secondo piano. Nia Long interpreta Katherine Jackson senza particolari slanci, mentre altri personaggi chiave, come Quincy Jones, appaiono poco sviluppati. Alcune presenze, invece, risultano sorprendentemente centrali, creando un equilibrio narrativo poco chiaro.
Nel complesso, il film si presenta come un prodotto curato dal punto di vista estetico, ma privo della profondità necessaria per affrontare una figura così complessa. Più che un ritratto completo, appare come una celebrazione controllata, che preferisce mostrare ciò che è già noto piuttosto che esplorare ciò che resta irrisolto. Una scelta che lascia aperta la possibilità di un seguito, ma che nel frattempo rende questa prima parte un racconto incompleto.
