La Vénus électrique divide Cannes, il film d’apertura del festival delude la critica: un debutto che non convince

La commedia romantica di Pierre Salvadori apre il Festival di Cannes 2026 tra aspettative alte e reazioni molto fredde

Il Festival di Cannes 2026 ha ufficialmente aperto le porte con La Vénus électrique di Pierre Salvadori, ma il debutto sulla Croisette sembra aver lasciato più perplessità che entusiasmo. Il film, scelto come apertura ufficiale della 79ª edizione del festival, era stato presentato come una sofisticata commedia romantica in costume, capace di unire ironia, sentimento e riflessione artistica. Le prime reazioni della critica internazionale, però, hanno raccontato uno scenario molto diverso.

Tra le recensioni più severe c’è quella pubblicata da Variety, che ha definito il film uno degli opening più deboli degli ultimi anni a Cannes. Secondo il magazine americano, il lungometraggio tenta di essere contemporaneamente una commedia elegante, una riflessione sull’arte, una storia d’amore e una parabola sull’illusione, finendo però per risultare freddo, artificioso e incapace di coinvolgere davvero lo spettatore.

Ambientato nella Parigi degli anni ’20, il film segue Suzanne, interpretata da Anaïs Demoustier, una giovane artista di luna park costretta fin dall’adolescenza a lavorare in un ambiente degradato e spettacolare allo stesso tempo. La donna si esibisce come “Venere elettrica”, attrazione capace di regalare baci attraversati dalla corrente, in uno show che gioca apertamente con il fascino ambiguo dell’elettricità e delle illusioni da fiera.

La sua vita cambia quando viene scambiata per una sensitiva e coinvolta nella vita di Antoine Balestro, pittore famoso interpretato da Pio Marmaï, devastato dal dolore per la morte della moglie Irène. Da qui prende forma un intreccio costruito tra sedute spiritiche, manipolazioni emotive e ricordi del passato, mentre Suzanne cerca di usare quella messinscena per liberarsi dalla propria condizione.

Una commedia romantica che voleva essere molto di più

Nelle intenzioni di Pierre Salvadori, autore già noto per film come En liberté! e Hors de prix, La Vénus électrique avrebbe dovuto richiamare il cinema sofisticato di autori come Ernst Lubitsch e Billy Wilder. Il film prova infatti a mescolare romanticismo, equivoci, teatralità e riflessione sull’illusione artistica, costruendo una storia dove il confine tra verità e finzione diventa sempre più sfumato.

Secondo molti critici, però, proprio questa ambizione finisce per appesantire il racconto. La componente farsesca iniziale lascia progressivamente spazio a una struttura più complessa e simbolica che, invece di aumentare il coinvolgimento, rallenta il ritmo e rende il film sempre più statico. La figura dell’artista tormentato, facilmente manipolabile attraverso sedute spiritiche improvvisate, è stata percepita come poco credibile e incapace di generare vera tensione emotiva.

Una parte centrale del film è dedicata ai flashback legati a Irène, interpretata da Vimala Pons, personaggio che rappresenta una femminilità moderna e indipendente nella Parigi del primo dopoguerra. Attraverso il suo diario, Suzanne scopre dettagli sulla relazione passata tra la donna e Antoine, mentre il film prova a sovrapporre le due figure femminili in un gioco di specchi sentimentale e psicologico.

La critica ha però sottolineato come questa costruzione narrativa finisca per diventare troppo teorica e calcolata. Anche l’estetica visiva molto ricercata, con una fotografia estremamente morbida e romantica firmata da Julien Poupard, è stata giudicata eccessivamente artificiosa, quasi soffocante nella sua ricerca costante di eleganza.

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Un inizio freddo per il Festival di Cannes 2026

Le reazioni attorno a La Vénus électrique hanno inevitabilmente riacceso una discussione ricorrente sul rapporto tra Cannes e i suoi film d’apertura. Negli ultimi anni, infatti, molte opere scelte per inaugurare il festival non sono riuscite a lasciare un segno particolare sulla critica o sul pubblico, trasformando spesso la serata inaugurale in un appuntamento più simbolico che realmente memorabile.

Nel caso del film di Salvadori, il problema sembra essere stato soprattutto l’equilibrio interno dell’opera. La pellicola cerca continuamente di oscillare tra commedia leggera e riflessione profonda su amore, arte e illusioni, senza riuscire davvero a trovare una forma compatta. Quello che avrebbe dovuto essere un racconto elegante e malinconico viene percepito da parte della stampa internazionale come un esercizio troppo costruito e poco spontaneo.

Nonostante le critiche, il film resta comunque uno dei titoli più discussi di queste prime giornate del festival, anche perché rappresenta perfettamente una certa tradizione del cinema francese tra romanticismo, teatralità e riflessione culturale. E Cannes, da questo punto di vista, continua a essere il luogo dove anche le opere più divisive riescono comunque ad accendere il dibattito.

Per il Festival, però, l’impressione generale è che il vero entusiasmo sia ancora tutto da costruire. Con l’arrivo nei prossimi giorni di autori come Pedro Almodóvar, Asghar Farhadi, Ryusuke Hamaguchi, James Gray e Hirokazu Kore’eda, la sensazione è che la Croisette stia aspettando film capaci di lasciare un impatto molto più forte rispetto a quello provocato da La Vénus électrique nella serata inaugurale.