Hirokazu Kore-eda torna alla fantascienza, Sheep in the Box immagina un figlio AI dopo la morte tra dolcezza e inquietudine
Hirokazu Kore-eda, autore giapponese celebrato per il suo cinema intimo e familiare, sorprende ancora una volta con Sheep in the Box, film presentato al Festival di Cannes che prova a fondere melodramma, fantascienza e riflessione sull’intelligenza artificiale. Il risultato è un’opera delicata e malinconica che ruota attorno a un’idea tanto potente quanto inquietante: sostituire un figlio morto con una replica umanoide costruita tramite AI generativa.
La storia segue Otone, interpretata da Haruka Ayase, e il marito Kensuke, interpretato da Daigo. La coppia vive ancora devastata dalla perdita del figlio Kakeru, morto due anni prima in un incidente. Quando un’azienda chiamata REbirth propone loro di creare una copia artificiale del bambino attraverso tecnologie avanzate di intelligenza artificiale, i due decidono di accogliere in casa il nuovo Kakeru, identico nell’aspetto, nella voce e nei comportamenti al figlio perduto.
Il film usa l’intelligenza artificiale per parlare di lutto e identità
Fin dalle prime sequenze, Sheep in the Box costruisce un futuro molto vicino al presente, fatto di droni per le consegne, case minimaliste e tecnologie ormai integrate nella quotidianità. Kore-eda sceglie però un tono estremamente quieto e contemplativo, lontano dalla spettacolarizzazione tipica della fantascienza occidentale. L’arrivo del piccolo Kakeru artificiale non scatena immediatamente il caos, ma apre lentamente interrogativi sempre più profondi sul significato della memoria, dell’identità e della sostituzione emotiva.
Il nuovo Kakeru dimostra progressivamente capacità sempre più sofisticate, imparando, osservando e sviluppando comportamenti autonomi. Eppure il film evita continuamente di prendere una posizione netta sul personaggio. Da una parte il bambino appare tenero, innocente e profondamente umano, dall’altra resta costantemente la sensazione che qualcosa non torni davvero. È proprio questa ambiguità a guidare tutta la narrazione, anche se il film viene accusato da parte della critica di non riuscire mai a sviluppare pienamente il proprio potenziale.

Kore-eda costruisce una favola malinconica ma troppo indecisa
Uno degli elementi più discussi riguarda proprio la mancanza di una direzione chiara. Sheep in the Box sembra attraversare continuamente idee diverse senza approfondirne davvero nessuna. A tratti ricorda il cinema filosofico sulla coscienza artificiale di Blade Runner o After Yang, altre volte assume il tono di una favola triste sulla maternità e sulla perdita. Il personaggio di Otone, che dovrebbe rappresentare il centro emotivo del racconto, resta però spesso troppo distante e monocorde, limitando l’impatto emotivo della storia.
Il titolo del film richiama Il Piccolo Principe e l’idea della “pecora nella scatola”, simbolo legato al concetto di anima e immaginazione. Il film suggerisce continuamente la domanda centrale senza mai risolverla apertamente: un’intelligenza artificiale può davvero sviluppare un’anima o provare emozioni autentiche? Kore-eda sembra volutamente evitare una risposta definitiva, preferendo mantenere il racconto sospeso tra dolcezza e inquietudine. Ed è proprio questa indecisione a rendere Sheep in the Box un film tanto affascinante nelle intenzioni quanto fragile nella sua costruzione narrativa. Rimane però l’atmosfera malinconica e silenziosa tipica del cinema del regista giapponese, capace ancora una volta di trasformare il dolore familiare in una riflessione universale sul bisogno umano di non lasciar andare chi abbiamo perso.
