Balcanica attraversa il confine senza cercare scorciatoie | Matilda De Angelis incontra due musicisti afghani sospesi nel nulla: il film trova forza nella sua sobrietà

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Nicola Sorcinelli esordisce nel lungometraggio con un dramma essenziale sulla rotta balcanica, scegliendo di raccontare migrazione, impotenza e cura attraverso corpi stanchi, silenzi e piccoli gesti invece che attraverso la retorica.

Balcanica è un film che lavora soprattutto sull’attesa. Non sulla partenza e nemmeno sull’arrivo, ma su quel tempo sospeso in cui non si può tornare indietro e non si riesce ancora ad andare avanti. Nicola Sorcinelli costruisce il proprio esordio nel lungometraggio intorno a questa condizione e segue due musicisti afghani, padre e figlio, costretti a lasciare Kabul dopo il divieto imposto alla musica dal regime talebano. Il loro viaggio lungo la rotta balcanica non viene raccontato come una grande avventura di sopravvivenza, ma come una progressiva perdita di possibilità. Ogni confine promette una via d’uscita e contemporaneamente ne crea un’altra da superare.

Il film si apre con un’aggressione brutale al confine. Non servono spiegazioni né volti: bastano calci, pugni e i segni lasciati sui corpi. È un inizio che definisce immediatamente il tono dell’opera. Sorcinelli non sembra interessato a costruire antagonisti riconoscibili o a trasformare la violenza in spettacolo. Gli interessa piuttosto mostrare il risultato concreto di un sistema che produce paura, immobilità e sfiducia. Da quel momento Nazar e il figlio Jalil procedono dentro una terra di nessuno in cui ogni passo avanti può diventare un nuovo ostacolo.

Il film convince quando lascia che il viaggio diventi una condizione mentale

La scelta di raccontare due musicisti non è puramente simbolica. Padre e figlio provengono da un mondo in cui la loro identità professionale e personale è diventata improvvisamente incompatibile con il luogo in cui vivevano. Nazar è un direttore d’orchestra, Jalil suona la tuba, e il loro esilio nasce quindi anche dall’impossibilità di continuare a essere ciò che erano. Balcanica non insiste però sul passato. La sceneggiatura, firmata da Sorcinelli insieme ad Andrea Brusa, rimane quasi sempre nel presente e lascia che quello che è accaduto prima emerga solo attraverso poche informazioni.

È una scelta coerente con il tono del film, anche se comporta qualche limite. I personaggi restano volutamente essenziali e non sempre possiedono una profondità psicologica completamente sviluppata. Ma proprio questa sottrazione permette al film di concentrarsi sul presente fisico del viaggio: il freddo, la stanchezza, le ferite, l’attesa e la paura. Il piede semi-congelato del padre diventa così un ostacolo concreto e insieme la rappresentazione più evidente di un movimento che si sta spezzando. Jalil continua a immaginare l’Italia come una possibilità, mentre Nazar sembra avere già perso parte della fiducia necessaria per credere davvero nell’arrivo.

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Matilda De Angelis dà al film il suo secondo punto di vista senza trasformarlo in una storia di salvezza

L’incontro con Greta, giovane medico volontario interpretata da Matilda De Angelis, introduce una prospettiva diversa. Lei rappresenta chi decide di intervenire, ma il film evita fortunatamente di trasformarla in una figura salvifica. Greta cura, ascolta, prova a trovare soluzioni e si scontra rapidamente con il limite delle proprie possibilità. Può medicare una ferita, ma non può cambiare le leggi, aprire un confine o cancellare il sistema che tiene i due uomini bloccati.

È forse questo il punto più interessante del personaggio. Greta non viene definita attraverso un passato elaborato o motivazioni spiegate in dettaglio. Sappiamo che è lì perché ha scelto di esserci e che prende sul serio il proprio ruolo di medico. Ma anche lei vive una forma di isolamento. Ha pochi strumenti, poco supporto e la sensazione costante che ogni gesto concreto sia insufficiente rispetto alla dimensione del problema. De Angelis lavora bene proprio su questa frustrazione, mescolando nervosismo, tenacia e fragilità senza trasformare il personaggio in un simbolo troppo perfetto.

Dal punto di vista formale, Balcanica utilizza un linguaggio riconoscibile: macchina a mano, primi piani, pedinamenti e paesaggi spogli. Non c’è nulla di rivoluzionario in questa scelta e il film appartiene chiaramente a una tradizione di cinema sociale europeo già molto frequentata. Ma la fotografia di Damjan Radovanović trova alcuni momenti efficaci, soprattutto nei campi lunghi in cui le figure umane sembrano diventare minuscole all’interno di spazi enormi e indifferenti. In quelle immagini il film comunica meglio che nei dialoghi: il problema non è soltanto non sapere dove andare, ma percepire di non avere più un posto nel mondo.

Balcanica non inventa un nuovo linguaggio per raccontare la migrazione e non ha bisogno di farlo. Il suo valore sta nella misura con cui evita di trasformare il dolore in ricatto emotivo e la solidarietà in celebrazione. Qualche passaggio resta prevedibile e la linearità del racconto riduce talvolta la complessità politica del contesto, ma Sorcinelli mantiene uno sguardo coerente fino alla fine. Il film parla di confini, ma soprattutto di persone costrette a vivere nel mezzo: tra una patria che non permette loro di esistere liberamente e un’Europa che non sa o non vuole accoglierle davvero. È in questo spazio sospeso che Balcanica trova la propria immagine più forte, mostrando quanto possa diventare radicale anche un gesto semplice come scegliere di non voltarsi dall’altra parte.