La città dei vivi sceglie di raccontare Luca prima della tragedia | Edoardo Gabbriellini evita il true crime più morboso: il film convince quando restituisce un ragazzo, meno quando semplifica il contesto

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Tratto dal libro di Nicola Lagioia e presentato a Venezia 83, La città dei vivi sposta l’attenzione dal delitto alla vita di Luca Varani, affidandosi a Emanuele Maria Di Stefano e a un racconto che cerca umanità più che spiegazioni.

La città dei vivi affronta un materiale difficilissimo e sceglie una strada precisa: non trasformare Luca Varani soltanto nella vittima di un delitto atroce. Il film diretto da Edoardo Gabbriellini, in concorso nella sezione Orizzonti di Venezia 83, parte dall’omonimo libro di Nicola Lagioia ma rinuncia in larga parte alla sua struttura più ampia, fatta di inchiesta, riflessione sociale e interrogativi morali. Al centro resta Luca, ventitreenne ucciso il 4 marzo 2016 da Manuel Foffo e Marco Prato dopo ore di violenza. La scelta di guardarlo prima di quella notte, quando era ancora un ragazzo pieno di desideri, contraddizioni e paure, è il gesto più forte del film.

Gabbriellini apre infatti dalla sua storia familiare e dal rapporto con i genitori adottivi, evitando di costruire Luca come un’immagine immobile destinata semplicemente alla tragedia. Interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, il protagonista è affettuoso, irrequieto, insicuro e continuamente in cerca di una svolta. Vive a La Storta, sogna una casa in centro, cerca soldi, lavoro e una forma di emancipazione che sembra sempre appena fuori portata. Ha una relazione con Marta Gaia, interpretata da Gaia Merlonghi, ma le nasconde parti della propria vita, non tanto per cattiveria quanto per paura di deludere chi gli vuole bene.

Il film trova la sua forza quando Luca smette di essere un caso di cronaca

La scelta migliore di La città dei vivi è proprio questa: permettere a Luca di esistere fuori dalla propria morte. Valerio Mastandrea, nel ruolo del padre, lavora con grande misura e costruisce un rapporto fatto di affetto, fragilità e silenzi. È una presenza importante perché impedisce al film di ridurre il protagonista a una figura astratta. Luca cerca di apparire più sicuro di quanto sia davvero, prova a sistemarsi, a guadagnare, a trovare un posto nella città, ma allo stesso tempo si lascia trascinare da occasioni facili e da una vita sempre più disordinata.

Il cellulare diventa uno strumento decisivo nel racconto: è contemporaneamente finestra sul mondo, archivio dei desideri, luogo della sessualità, della menzogna e delle possibilità economiche. Luca guarda case che non può permettersi, frequenta siti porno, scrive messaggi calibrati e mantiene conversazioni che tiene separate dalla vita familiare. Gabbriellini coglie bene questa doppiezza contemporanea, quella sensazione di vivere più vite nello stesso momento, ma lascia volutamente molte zone d’ombra. È una scelta coerente con il personaggio, anche se non sempre aiuta a comprendere fino in fondo le sue decisioni.

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Il limite emerge quando il film riduce troppo la distanza tra innocenza e corruzione

Rispetto al libro di Nicola Lagioia, il film perde parte della dimensione urbana e sociale che rendeva il delitto qualcosa di più di un episodio isolato. La Roma raccontata da Gabbriellini resta spesso sullo sfondo, mentre nel testo originale la città era una presenza morale e concreta, fatta di denaro, periferie, vuoti e disuguaglianze. Anche l’ingresso di Marco Prato, Manuel Foffo e del loro ambiente appare più netto che complesso: da una parte Luca, ingenuo e vulnerabile, dall’altra un mondo ricco, drogato e corrotto.

È qui che il film diventa meno convincente. Non perché debba offrire una spiegazione psicologica definitiva, impossibile e probabilmente sbagliata, ma perché il contrasto rischia di diventare troppo semplice. La città dei vivi accenna alla confusione sessuale di Luca, al bisogno di denaro, alle dipendenze e al desiderio di sentirsi accettato, ma non scava davvero nei suoi vuoti. Il risultato è che la traiettoria verso la tragedia resta comprensibile sul piano degli eventi, ma meno potente su quello interiore.

La parte finale recupera però una forza diversa. La morte non viene trattata come spettacolo e il film evita di trasformare la tortura in un climax morboso. Ciò che conta è soprattutto ciò che rimane dopo: i genitori, la fidanzata, gli oggetti, le fotografie, la necessità impossibile di continuare a vivere sapendo che Luca non tornerà. È qui che Gabbriellini si riavvicina alla parte più profonda del libro, quella che prova a fare i conti con l’assenza senza pretendere di risolverla.

La città dei vivi è quindi un adattamento coraggioso proprio perché sceglie di tradire in parte il testo da cui nasce. Non cerca di riprodurre tutta la complessità di Lagioia e non tenta di diventare un grande affresco sulla Roma contemporanea. Preferisce stringere l’inquadratura su Luca e chiedere allo spettatore di guardarlo come persona prima che come vittima. È una scelta che comporta perdite evidenti e qualche semplificazione, ma permette al film di evitare il terreno più facile del true crime. Il risultato non è sempre equilibrato, però nei momenti migliori riesce a fare qualcosa di raro: restituire una vita a qualcuno che il racconto pubblico ha conosciuto quasi esclusivamente attraverso la sua morte.