Hombre al agua sorprende Venezia | Gael García Bernal dirige Ricky Martin in una commedia su classe e libertà: un salvataggio diventa una trappola | Chi sta davvero salvando chi?

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Presentato a Venezia 83 nella sezione Venezia Spotlight, il terzo film da regista di Gael García Bernal mescola commedia, dramma e metacinema per raccontare migrazione, mascolinità, privilegi e il prezzo di una vita apparentemente migliore.

Un uomo salva uno sconosciuto dall’annegamento e, come ricompensa, riceve l’opportunità di cambiare completamente vita. Potrebbe sembrare l’inizio di una favola, ma in Hombre al agua ogni salvataggio nasconde una domanda molto meno rassicurante. Presentato all’83ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Venezia Spotlight e selezionato anche al Toronto International Film Festival, il terzo lungometraggio diretto da Gael García Bernal utilizza una commedia irregolare e continuamente mutevole per interrogarsi su libertà, appartenenza e differenze sociali. García Bernal è anche protagonista nei panni di Camilo, bagnino cubano che passa dalle acque dei Caraibi all’interno di una ricchissima famiglia messicana.

Tutto comincia quando Camilo salva dall’annegamento Abel, potente imprenditore interpretato da Jorge Salinas. L’uomo decide di ricompensarlo portandolo in Messico, dove il bagnino diventa progressivamente il suo braccio destro. Conosce quindi Juana, interpretata da Esmeralda Pimentel, la sposa e costruisce con lei una famiglia. Quello che appare come un incredibile salto sociale, però, rivela gradualmente una natura molto diversa. Dietro la generosità di Abel si nasconde infatti un progetto di manipolazione accuratamente costruito. Il significato stesso del titolo diventa così centrale: “hombre al agua” è il grido con cui si segnala un uomo caduto in mare, ma Camilo continua a essere un naufrago anche quando ha ormai raggiunto la terraferma.

Gael García Bernal trasforma la gabbia dorata in una commedia anarchica

La nuova esistenza di Camilo è dominata da un benessere che offre sicurezza materiale ma riduce progressivamente il suo spazio di scelta. La grande dimora familiare diventa la rappresentazione più evidente di questo paradosso. È elegante e accogliente, ma organizzata secondo una precisa gerarchia verticale: possiede una torre in cui viene confinata Silvina, personaggio interpretato da Natalia Oreiro di cui Camilo deve occuparsi, e un sotterraneo destinato a custodire ciò che la famiglia preferirebbe tenere nascosto. Per costruire questo ambiente la produzione ha combinato diverse haciendas nei dintorni di Mérida, ricorrendo anche all’invenzione cinematografica per creare spazi sotterranei difficilmente compatibili con il terreno dello Yucatán. La casa diventa quindi un rifugio e contemporaneamente una prigione, una rappresentazione fisica dei rapporti di potere che regolano la nuova vita del protagonista.

Dentro questa struttura García Bernal lascia che Hombre al agua cambi continuamente identità. La commedia può trasformarsi in storia sentimentale, avvicinarsi al crime movie, attraversare momenti di suspense e poi imboccare una nuova deviazione. Un ruolo particolarmente curioso è affidato a Ricky Martin, che interpreta Roby, un attore incaricato di vestire i panni dello stesso Camilo in un film biografico realizzato all’interno della storia. Il gioco metacinematografico permette così al regista di moltiplicare prospettive e identità. La sceneggiatura, scritta con il drammaturgo argentino Mariano Pensotti, arriva persino a immaginare uno sciopero affrontato invitando gli stessi lavoratori a realizzare un film su ciò che stanno vivendo. Il cinema smette quindi di essere soltanto il mezzo attraverso cui la vicenda viene raccontata e diventa parte integrante del suo caos.

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Ricky Martin, il metacinema e una domanda sulla vera libertà

Tra i riferimenti dichiarati del progetto aleggia anche lo spirito di Luis Buñuel, mentre García Bernal cita ¡Vampiros en La Habana!, film d’animazione cubano del 1985 diretto da Juan Padrón. Questa libertà si riflette anche nella musica originale di Memo Guerra, inserita in un universo sonoro capace di accostare Mozart, Toquinho e l’Attila di Giuseppe Verdi. La fotografia dell’italiano Fabrizio La Palombara utilizza invece il formato 4:3, rapporto 1.33, avvicinandosi ai volti ma creando allo stesso tempo una cornice che rafforza la sensazione di confinamento. Il film riunisce così interpreti, culture e accenti provenienti da differenti aree dell’America Latina senza trasformare questa varietà in semplice elemento esotico.

A tenere insieme un racconto volutamente disordinato è soprattutto il concetto di libertà. Compare nella telenovela La libertad guardata da Camilo con la figlia Sasil, ritorna nel cane di casa chiamato Libertadores e attraversa la condizione dello stesso protagonista. García Bernal costruisce infatti un paradosso semplice ma efficace: essere salvati non significa necessariamente essere liberi. Camilo viene sottratto alla propria precedente esistenza e condotto in quello che dovrebbe essere un paradiso, senza che nessuno si interroghi davvero su ciò che desidera. Intanto la Cuba da cui proviene si svuota e il protagonista sembra perdere progressivamente anche la possibilità di immaginare un ritorno. Hombre al agua accetta di essere sfilacciato, imprevedibile e a tratti disorientante proprio perché vuole assomigliare al proprio protagonista. García Bernal realizza così un film sul naufragio che non cerca necessariamente una riva: preferisce domandarsi se una vita migliore possa ancora essere definita tale quando è qualcun altro ad aver deciso come debba essere vissuta.