No Paradise If You Are Killed by a Woman punta agli Oscar | Il film iracheno racconta una cecchina Peshmerga contro l’ISIS: guerra, vendetta e sopravvivenza | La missione che cambia tutto

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Scelto dall’Iraq per la corsa all’Oscar internazionale, il film di Halkawt Mustafa segue una combattente curda segnata dalla violenza dell’ISIS e pronta a tornare a Mosul per salvare la sorella.

No Paradise If You Are Killed by a Woman parte da un modello narrativo molto conosciuto, quello dell’eroe solitario quasi invincibile, ma lo rovescia affidando il centro della storia a una giovane donna curda. Diretto dal regista norvegese-curdo Halkawt Mustafa, già autore di Red Heart ed El Clásico, il film è stato scelto come candidatura dell’Iraq per il premio al miglior film internazionale agli Oscar. Il risultato è un dramma di guerra visivamente ambizioso, costruito attorno alla figura di una cecchina Peshmerga capace di trasformare il proprio trauma personale in una lotta che diventa insieme sopravvivenza, vendetta e ricerca della sorella perduta.

La protagonista è Vyan, interpretata da Avan Jamal, attrice curda residente a Londra. Ha 24 anni ed è emigrata in Norvegia, ma nel 2014 torna nel Kurdistan iracheno insieme ai genitori e alla sorella minore Helin. È proprio durante quel viaggio che l’attacco dello Stato Islamico distrugge la sua famiglia. I genitori vengono uccisi, mentre Vyan e Helin vengono vendute come schiave sessuali. Vyan riesce però a ribellarsi, uccide l’uomo che l’ha comprata e fugge fino a raggiungere il territorio controllato dai Peshmerga. Da quel momento entra in un’unità d’élite composta da combattenti donne e diventa una cecchina.

Una combattente curda tra trauma, guerra e vendetta

La forza del personaggio viene costruita anche attraverso una narrazione in voce fuori campo dal tono poetico. Il film ricorda che il termine Peshmerga significa “prima della morte” e insiste sull’idea di combattenti che affrontano il conflitto non per paura, ma facendo della determinazione una forma di identità. Vyan incarna fino in fondo questa immagine. In circa tre anni ritiene di aver ucciso più di 100 combattenti nemici, diventando così un obiettivo particolarmente importante per l’ISIS. Il titolo del film fa riferimento proprio alla convinzione attribuita ai miliziani secondo cui essere uccisi da una donna impedirebbe loro di raggiungere il paradiso. Per questo sulla testa della protagonista viene posta una taglia da un milione di dollari.

Dopo aver impedito eroicamente a un camion suicida corazzato di raggiungere la base della sua unità, Vyan rimane gravemente ferita ed è costretta a tornare in Norvegia per curarsi. Qui il conflitto cambia temporaneamente forma. Un funzionario governativo, interpretato da Thorbjørn Harr, le propone una scelta difficile: accettare una nuova identità e la protezione dello Stato, oppure rischiare di essere processata per aver combattuto per un altro Paese. Le autorità temono infatti che la notorietà di Vyan come bersaglio dell’ISIS possa mettere in pericolo anche altri cittadini norvegesi. La prospettiva di una nuova vita, però, dura pochissimo. Una telefonata alla vecchia linea fissa della famiglia le conferma che Helin è ancora viva e si trova a Mosul, nelle mani di un combattente dell’ISIS conosciuto come il cecchino svedese. Vyan decide così di tornare in guerra per quella che potrebbe essere la sua ultima missione.

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Mosul, silenzi e tensione nella missione finale

È soprattutto nella seconda metà che No Paradise If You Are Killed by a Woman assume i contorni di un vero thriller bellico. Vyan si muove quasi sempre in silenzio, attraversando tunnel, edifici distrutti e ciò che rimane delle zone devastate dal conflitto. Il film presta particolare attenzione alla tecnica e soprattutto alla pazienza richiesta a un cecchino: osservare, aspettare, calcolare distanze e movimenti, evitare di essere individuati. Grazie alla logica e all’aiuto di un comandante curdo delle forze governative irachene a Mosul, la protagonista cerca di localizzare i cecchini dell’ISIS che impediscono ai civili di abbandonare la città. La tensione nasce quindi meno dall’azione continua e più dalla lunga attesa che precede ogni possibile colpo.

Mustafa ha sviluppato il progetto anche a partire dalle ricerche realizzate per il lavoro televisivo del 2015 The Women ISIS Fears e dall’esperienza personale come fotografo di guerra, durante la quale ha incontrato combattenti donne. Il regista dedica il film alle proprie figlie e inserisce numerosi elementi della cultura curda, dalle tradizioni musicali fino al modo in cui viene descritta simbolicamente l’arma di Vyan. Sul piano tecnico spicca la fotografia di John Erling H. Fredriksen, insieme alla scelta di girare in vere location di Mosul. Le rovine della città diventano parte integrante del racconto e restituiscono visivamente la devastazione lasciata dalla campagna militare contro l’ISIS. Importante anche il lavoro sonoro di Mattias Eklund e Jan Kasskawo, particolarmente efficace in un film dove la protagonista trascorre lunghi tratti senza parlare. Ne nasce un’opera che combina melodramma, azione e racconto di guerra, affidandosi soprattutto alla presenza di Avan Jamal e alla forza delle immagini per sostenere una storia di violenza, resistenza e legami familiari che continuano a esistere anche dentro le macerie.