The Girl With the Leica riscrive una leggenda | Gerda Taro torna al centro della storia dietro Robert Capa: il dettaglio che cambia prospettiva

5
The_Girl_With_the_Leica_-_fortementein_1280

Alina Marazzi firma un biopic irregolare e affascinante su Gerda Taro, fotografa, militante e figura decisiva nella nascita del mito di Robert Capa, scegliendo un racconto frammentato che privilegia memoria e immagini alla ricostruzione tradizionale.

The Girl With the Leica non è interessato a raccontare Gerda Taro come una semplice figura rimasta nell’ombra di Robert Capa. Il film di Alina Marazzi parte proprio da lì, dal bisogno di spostare lo sguardo e rimettere al centro una donna la cui identità artistica è stata per lungo tempo assorbita da una leggenda fotografica più grande di lei. Taro, nata Gerta Pohorylle, non fu soltanto la compagna di André Friedmann, il fotografo ungherese che sarebbe diventato Robert Capa. Contribuì direttamente alla costruzione di quel nome, lavorò sotto lo stesso pseudonimo e sviluppò successivamente una propria identità professionale. Il film prova quindi a recuperare non soltanto una biografia, ma anche una parte di storia della fotografia che per decenni è rimasta molto meno visibile di quanto avrebbe meritato.

Marazzi evita però il formato classico del biopic. La narrazione procede avanti e indietro nel tempo, mescolando sequenze a colori, immagini d’archivio in bianco e nero, cinegiornali, filmati domestici, Super 8, Super 16mm e fotografie originali. È una scelta che inizialmente può disorientare, ma che diventa presto coerente con il soggetto: Taro viene ricostruita attraverso frammenti, impressioni e ricordi, quasi come se la regista stesse ricomponendo un negativo rimasto incompleto. Il risultato è visivamente ricco e spesso molto coinvolgente, anche se questa struttura irregolare sacrifica inevitabilmente qualcosa in termini di profondità narrativa. Alcuni personaggi entrano ed escono troppo rapidamente, e il film sembra a volte voler raccontare più vite di quante il suo formato possa realmente contenere.

Gerda Taro non è più un’appendice di Capa, ma il centro politico ed emotivo del film

Il racconto utilizza il 14 luglio 1937 come punto di partenza per attraversare la vita della protagonista. Taro, interpretata da Emilia Schüle, nasce nel 1910 in una famiglia ebrea e cresce in una Germania che sta cambiando rapidamente. A Lipsia frequenta ambienti socialisti e partecipa ad attività di resistenza contro il nazismo, fino all’arresto e alla successiva fuga verso Parigi. È nella capitale francese che il film trova alcune delle sue parti migliori, restituendo l’atmosfera di una comunità di giovani rifugiati, artisti e fotografi costretti a reinventarsi in condizioni precarie. Taro divide un appartamento con Ruth Cerf, incontra Fred Stein e David “Chim” Seymour e soprattutto conosce André Friedmann, interpretato da Aaron Altaras.

La relazione tra i due diventa inevitabilmente centrale, ma il film ha il merito di non ridurla a una grande storia d’amore destinata alla tragedia. Taro riconosce il talento di Friedmann, contribuisce a stabilizzarne la carriera e impara da lui, ma soprattutto partecipa attivamente alla creazione del marchio Robert Capa. L’idea di adottare nomi più facilmente spendibili e meno riconoscibilmente stranieri o ebrei consente ai due di ottenere compensi e incarichi migliori. Per un periodo anche le fotografie di Taro vengono pubblicate sotto quel nome. È proprio quando decide di firmare autonomamente il proprio lavoro che il film acquista una forza particolare: la sua emancipazione professionale diventa inseparabile da quella personale. Schüle restituisce bene questa energia, mostrando una donna brillante, seduttiva, politicamente impegnata e poco interessata ad adattarsi a un modello sentimentale tradizionale.

La guerra di Spagna dà senso al film, ma il racconto avrebbe meritato più spazio

Il passaggio decisivo nella vita di Taro è il suo coinvolgimento nella Guerra civile spagnola. Il film insiste sul fatto che per lei fotografare il conflitto non significa soltanto costruirsi una carriera: è una scelta politica. La causa repubblicana rappresenta ciò che la sua generazione non è riuscita a fare in Germania di fronte all’ascesa del nazismo. Per questo Taro continua a tornare al fronte nonostante il pericolo crescente. Alcune delle sue immagini più note nascono proprio in quel contesto, tra cui quella della miliziana repubblicana inginocchiata su una spiaggia mentre prende la mira con una pistola. La fotografia, nel film, diventa così un gesto di partecipazione e non una semplice osservazione degli eventi.

È anche qui che The Girl With the Leica trova il proprio limite più evidente. Il mondo attorno a Gerda Taro è talmente ricco da sembrare quasi troppo grande per un singolo film. Georg Kuritzkes, Willy Chardack, Ted Allan, Chim Seymour e gli altri personaggi della comunità parigina appaiono spesso interessanti proprio nel momento in cui la narrazione è costretta a lasciarli andare. Una miniserie avrebbe probabilmente permesso di esplorare meglio quel gruppo e il contesto politico nel quale viveva. Marazzi preferisce invece mantenere il punto di vista vicino alla protagonista, accompagnandola fino al fronte di Brunete, dove Taro muore il 26 luglio 1937, poco prima di compiere 27 anni. La scelta funziona perché evita di trasformare la morte nella sola chiave di lettura della sua vita. The Girl With the Leica vale soprattutto per ciò che fa prima: restituisce a Gerda Taro un nome, un desiderio, un’identità politica e un’autonomia artistica. Non è un film perfettamente equilibrato, ma possiede qualcosa di più importante: la capacità di farci uscire dalla sala con la sensazione che una storia conosciuta da sempre fosse, in realtà, raccontata solo a metà.