
Marco Santi debutta nel lungometraggio con un’opera imperfetta ma personale, capace di trasformare il bisogno di approvazione in una crisi sempre più sottile tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di mostrare agli altri.
Il Grande Giaffa parte da una domanda molto contemporanea: quanto della nostra identità appartiene davvero a noi e quanto, invece, dipende dallo sguardo degli altri? È un punto di partenza tutt’altro che nuovo, ma Marco Santi lo affronta scegliendo una strada meno didascalica di quanto ci si potrebbe aspettare. Il suo esordio nel lungometraggio, presentato come film d’apertura della 41ª Settimana Internazionale della Critica nell’ambito di Venezia 83, costruisce un piccolo universo sospeso, quasi fuori dal tempo, nel quale la ricerca di attenzione diventa progressivamente una forma di smarrimento.
Il protagonista è Giacomo Falta, interpretato da Edoardo Pesce, un uomo che vive nella sensazione costante di non essere visto. Non è semplicemente solo: è come se il mondo gli passasse accanto senza accorgersi davvero della sua presenza. L’incontro con il Grande Giason, figura carismatica capace di conquistare pubblici molto diversi, agisce come una detonazione. Davanti a quell’uomo che sembra esistere soltanto perché tutti lo guardano, Giacomo intravede una possibilità tanto seducente quanto pericolosa: forse non serve cambiare davvero, forse basta indossare un’altra faccia. Da qui prende forma una lunga notte in cui la distanza tra persona e personaggio comincia a ridursi fino quasi a scomparire.
Edoardo Pesce convince soprattutto quando lascia emergere la fragilità
La parte migliore del film è proprio il modo in cui Edoardo Pesce lavora sulla trasformazione di Giacomo senza renderla immediatamente evidente. È un ruolo diverso da molti dei personaggi più fisici e aggressivi che l’attore ha interpretato in passato. Qui il corpo sembra quasi trattenuto, lo sguardo continuamente in cerca di conferme, l’insicurezza più importante di qualsiasi gesto eclatante. Quando Giacomo inizia a cambiare, la metamorfosi non appare come una liberazione, ma come il tentativo disperato di riempire un vuoto attraverso una maschera.
Ed è proprio qui che Il Grande Giaffa trova la sua intuizione più interessante. Il film non racconta soltanto una crisi identitaria individuale, ma mette in discussione il meccanismo attraverso il quale decidiamo che qualcuno abbia valore. Il Grande Giason è celebrato quasi senza che nessuno senta il bisogno di chiedersi perché. Il consenso esiste prima ancora del contenuto. La folla lo riconosce e quel riconoscimento basta a renderlo importante. Questa idea è forse persino più forte della vicenda di Giacomo, perché suggerisce un mondo nel quale la notorietà non arriva come conseguenza di qualcosa, ma diventa essa stessa una forma di merito.
Il film ha una buona idea centrale, ma non sempre riesce a sfruttarla fino in fondo
È anche il punto in cui l’esordio di Marco Santi mostra qualche limite. Il contrasto tra Giacomo e il Grande Giason avrebbe potuto occupare ancora più spazio, perché è lì che il film tocca il tema più feroce: non tanto il desiderio di essere amati, ma la convinzione che esistere significhi essere riconosciuti pubblicamente. In alcuni passaggi, però, il racconto preferisce concentrarsi quasi esclusivamente sul percorso personale del protagonista, lasciando sullo sfondo quel mondo che lo ha reso vulnerabile. Il risultato è che alcune intuizioni rimangono potentissime, ma solo accennate.
Anche il cast di supporto, che comprende Barbara Chichiarelli e Carlotta Gamba, lavora bene ma dispone di uno spazio inevitabilmente più ridotto. È una scelta comprensibile, perché tutto deve filtrare attraverso Giacomo, ma finisce per rendere alcuni personaggi funzionali più che realmente autonomi. Il film acquista invece forza quando si affida all’atmosfera, alla sospensione e a quel senso di isolamento che avvolge il paese in cui è ambientata la storia. La dimensione quasi irreale del luogo permette alla vicenda di diventare meno cronaca e più parabola.
Il Grande Giaffa non è un esordio perfettamente risolto, ma è decisamente più interessante di un’opera prima che si limita a dimostrare competenza. C’è una visione precisa e soprattutto c’è il desiderio di interrogare un tema contemporaneo senza ridurlo a una semplice condanna dei social, della fama o dell’esibizione. Marco Santi sembra molto più interessato alla fame che precede tutto questo: il bisogno umano, antico e doloroso, di sentirsi finalmente riconosciuti. Quando il film rimane dentro quella ferita, trova momenti davvero riusciti. Quando prova a spiegarla troppo, perde un po’ della propria forza. Resta comunque un debutto che lascia curiosità, soprattutto perché dietro le sue imperfezioni si intravede una voce personale che potrebbe diventare ancora più netta con il tempo.
