Wild Horse Nine mette insieme due sicari stanchi del mondo | Sam Rockwell e John Malkovich si perdono a Rapa Nui tra segreti e rimorsi: McDonagh ritrova solo a metà la sua cattiveria

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Martin McDonagh torna alla coppia maschile corrosiva che conosce meglio, ma nel passaggio a un contesto americano il film guadagna violenza e perde parte di quella precisione comica che rendeva memorabili i suoi lavori migliori.

Wild Horse Nine sembra costruito a partire da un terreno che Martin McDonagh conosce perfettamente: due uomini che si sopportano a fatica, una lunga storia condivisa, segreti che pesano più delle parole e un viaggio che lentamente mette tutto in discussione. È una formula che richiama immediatamente In Bruges e, per certi versi, anche The Banshees of Inisherin, ma qui il regista cambia geografia e tono. I protagonisti sono americani, lavorano per la CIA e si muovono nel 1973 tra Santiago del Cile e Rapa Nui. Il risultato conserva una parte dell’acidità tipica di McDonagh, ma questa volta il meccanismo appare meno calibrato: più aggressivo, più cupo, meno naturalmente comico.

John Malkovich e Sam Rockwell interpretano Chris e Lee, due agenti esperti abituati a operazioni che ufficialmente non sono mai esistite. Si trovano in Cile mentre si prepara un intervento clandestino contro il presidente Salvador Allende, ma il film devia presto dalla politica per concentrarsi sui due uomini. Chris è malato, usa morfina e ha iniziato a scrivere memorie decisamente troppo esplicite sul proprio passato. Inoltre parla con sconosciuti di missioni segrete come se non avesse più nulla da perdere. Lee lo accompagna allora in un viaggio a Rapa Nui, ufficialmente per tenerlo sotto controllo, ma anche perché tra i due esiste un rapporto molto più complesso di una semplice amicizia professionale.

Rockwell e Malkovich funzionano, ma il film vive soprattutto delle loro frizioni

La coppia regge buona parte di Wild Horse Nine. Malkovich lavora sul proprio registro più riconoscibile: voce nasale, pause volutamente ambigue, lunghi monologhi pronunciati come se ogni frase potesse essere una confessione o una presa in giro. Rockwell gli risponde con una presenza più nervosa e terrena, costruendo un personaggio meno spettacolare ma fondamentale per mantenere il film agganciato a qualcosa di emotivamente leggibile. Insieme riescono a dare ritmo anche alle scene in cui, sulla carta, succede pochissimo.

Il viaggio a Rapa Nui diventa così il vero laboratorio del film. I due si muovono tra i Moai, si irritano quando vengono corretti sulla terminologia e continuano a discutere come se l’ambiente straordinario che li circonda fosse solo un fastidio logistico. McDonagh trova qui alcuni dei momenti più divertenti, soprattutto nel contrasto tra la monumentalità del luogo e l’atteggiamento cinico dei protagonisti. Ma il film insiste anche su battute e atteggiamenti che sembrano appartenere più al presente che al 1973, creando una leggera frizione temporale che spezza a volte l’illusione storica.

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Il segreto di Chris è forte, ma McDonagh spinge troppo sulla violenza e meno sull’ironia

Con il procedere della storia emerge il peso reale del passato di Chris. È un uomo che ha compiuto operazioni decisive per conto dello Stato senza poter ricevere riconoscimenti pubblici e che ora, mentre la salute peggiora, sembra aver perso interesse nel mantenere il silenzio. Questa idea possiede una forza notevole perché trasforma il personaggio in qualcuno che ha sacrificato la propria vita a un sistema che non può nemmeno ammettere di averlo utilizzato. Il film suggerisce così una forma di amarezza più profonda del semplice disincanto professionale.

Il problema è che McDonagh tende a sovraccaricare questa malinconia con esplosioni di violenza e machismo che risultano meno efficaci della tensione verbale. Quando il film è affidato alle parole, ai silenzi e alle contraddizioni tra Chris e Lee, trova una voce precisa. Quando cerca di alzare il volume, sembra avvicinarsi a una versione più generica del cinema criminale americano. Anche la componente sentimentale arriva con una certa insistenza e non sempre riesce a integrarsi con naturalezza nel resto del racconto.

Steve Buscemi, nel ruolo del loro superiore MJ, aggiunge un’altra presenza di peso, mentre Mariana Di Girolamo e Ailín Salas interpretano due studentesse cilene che entrano in contatto con Chris durante il viaggio. Il film accumula così personaggi e piste narrative, ma non tutte ricevono la stessa attenzione. Alcuni elementi legati alla famiglia di Lee, in particolare, sembrano perdere importanza proprio quando dovrebbero acquisirne di più.

Wild Horse Nine resta comunque interessante perché anche quando McDonagh manca completamente il bersaglio continua a possedere un modo molto riconoscibile di mettere due uomini uno davanti all’altro e lasciare che si feriscano parlando. Non siamo davanti a un nuovo In Bruges e nemmeno a uno dei suoi lavori più riusciti. Ma Rockwell e Malkovich hanno abbastanza mestiere, chimica e cattiveria da rendere il viaggio godibile anche nei momenti più irregolari. Il film convince soprattutto quando smette di cercare il colpo grosso e lascia che siano due vecchi professionisti, pieni di rimorsi e segreti, a fare ciò che sanno fare meglio: punzecchiarsi fino a dire qualcosa di vero.