Eklipse racconta l’Aids senza mostrarne il malato | Due adolescenti scoprono paura, desiderio e pregiudizio nell’estate del 1999: il trauma passa dallo sguardo degli altri

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Manuel Wetscher firma un esordio intimo e personale che sposta il racconto dell’Aids dalla malattia alla percezione sociale, trasformando l’amicizia tra due ragazzi in un terreno fragile fatto di ignoranza, paura e sentimenti ancora senza nome.

Eklipse sceglie un punto di vista intelligente proprio perché evita quello più prevedibile. Il film di Manuel Wetscher non mette al centro la persona malata, ma chi le sta intorno, e soprattutto chi non possiede ancora gli strumenti emotivi e culturali per comprendere ciò che sta accadendo. Siamo nell’estate del 1999, in una zona rurale dell’Austria, e Tomy e Chris trascorrono le giornate nella fattoria dello zio Georg tra lavori nei campi, animali, giochi e quella noia luminosa che appartiene alle estati adolescenziali. La malattia sembra lontana, quasi astratta. E proprio per questo, quando entra improvvisamente nelle loro vite attraverso una frase detta da un adulto, produce una frattura immediata.

Tomy, interpretato da Moritz Hohlrieder, sa soltanto che il padre è ricoverato per una polmonite. Chris, interpretato da Finley Brown, scopre invece da un camionista che l’uomo ha quella che viene definita brutalmente “la malattia dei gay”. Bastano poche parole perché tutto cambi. Il film coglie bene la velocità con cui un pregiudizio può contaminare qualcosa che fino a un attimo prima sembrava naturale. Chris comincia a rileggere ogni gesto di amicizia, ogni sguardo e ogni contatto fisico alla luce di quella nuova informazione. Ciò che prima era intimità diventa improvvisamente sospetto.

Il film funziona quando mostra quanto il pregiudizio possa nascere prima ancora della comprensione

La parte più riuscita di Eklipse è il modo in cui Wetscher osserva la distanza che si crea tra i due ragazzi senza bisogno di grandi discorsi. Chris non è costruito come un villain né come un adolescente consapevolmente crudele. È spaventato, confuso e soprattutto immerso in un contesto dove l’omosessualità e l’Aids vengono percepiti attraverso ignoranza e stigma. Il risultato è forse ancora più doloroso proprio perché il suo comportamento nasce da qualcosa di banalmente diffuso. Il film mostra bene come certe paure non abbiano bisogno di essere spiegate per radicarsi: basta sentirle ripetere abbastanza volte.

Tomy, invece, non capisce inizialmente cosa sia cambiato. Cerca di recuperare l’amicizia senza sapere quale sia la causa del rifiuto. La distanza tra i due viene resa anche visivamente, con una messa in scena molto precisa che li separa fisicamente all’interno dell’inquadratura. È un modo semplice ma efficace per trasformare il loro rapporto in spazio. Più Chris si allontana, più il film fa sentire quanto Tomy venga lasciato solo proprio nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno di qualcuno accanto.

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La dimensione autobiografica rende Eklipse più sincero, ma mai ricattatorio

Il rapporto personale di Wetscher con la storia aggiunge un peso evidente al film. Il regista ha perso il padre a causa dell’Aids quando aveva un’età simile a quella di Tomy, e aveva già affrontato quella memoria nel cortometraggio Richard, costruito utilizzando filmati domestici. Parte di quel materiale viene incorporata anche in Eklipse, ma senza trasformare l’opera in un memoriale privato. La dimensione autobiografica si percepisce soprattutto nella precisione emotiva: nei silenzi, nelle omissioni degli adulti, nel modo in cui un ragazzo può intuire che qualcosa non va pur senza comprendere ancora davvero cosa.

La fotografia di Simone Hart contribuisce molto a questa sensazione di memoria vissuta. Le immagini hanno una morbidezza coerente con il periodo, con una luce calda che restituisce il peso dell’estate e contrasta con la tensione che cresce tra i personaggi. Anche il paesaggio sonoro, costruito da Isobel Cope e Peter Rösner, insiste su acqua, insetti, animali e rumori della campagna, rendendo il mondo attorno ai ragazzi quasi indifferente al loro dramma. Il risultato è un film che non ha bisogno di enfatizzare continuamente il dolore per farlo sentire.

Interessante anche la scelta di lasciare molto spazio alla vita della fattoria. Tomy e Chris mungono le mucche, lavorano nei prati, osservano gli adulti, si annoiano, giocano alla guerra. Questi elementi non servono soltanto a costruire atmosfera. Creano un contrasto con il mondo emotivo che sta cambiando. La loro estate continua apparentemente allo stesso modo, ma loro non sono più gli stessi. Wetscher si concede anche qualche momento di ironia, senza rompere il tono generale, e proprio questa leggerezza rende il film meno programmatico.

Non tutto è perfettamente integrato. Alcune sottotrame, come quella relativa al rapporto di Georg con una donna che gestisce una locanda, sembrano più laterali e meno necessarie. Ma il nucleo centrale resta solido, soprattutto grazie alle interpretazioni dei due giovani protagonisti e al rapporto con la madre di Tomy e con lo zio. Gli adulti non vengono idealizzati: alcuni proteggono, altri tacciono, altri ancora contribuiscono a perpetuare paure e giudizi che i ragazzi assorbono senza filtrarli.

Eklipse è quindi un coming-of-age che usa l’Aids non come semplice soggetto, ma come lente attraverso cui osservare il passaggio dall’infanzia a un mondo più complicato. Il film parla di malattia senza insistere sulla sofferenza fisica, di omosessualità senza trasformarla in spiegazione, di amicizia senza idealizzarla. La sua intuizione più forte è mostrare che il trauma non riguarda soltanto ciò che accade, ma anche il modo in cui una comunità decide di guardarlo. Wetscher firma un esordio sensibile e molto personale, capace di raccontare una paura collettiva attraverso due ragazzi che stanno ancora cercando di capire cosa significhi desiderare, perdere e continuare a volersi bene.