The Road to Jericho attraversa una terra che non dimentica | Amos Gitai trasforma 40 chilometri in migliaia di anni di storia: il film chiede allo spettatore di ricostruire il senso

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Amos Gitai costruisce un’opera difficile da classificare, sospesa tra documentario, saggio visivo e poema politico, usando il viaggio tra Gerusalemme e Gerico per interrogare memoria, occupazione e resistenza.

The Road to Jericho parte da una distanza sorprendentemente breve: circa 40 chilometri separano Gerusalemme da Gerico. Eppure, nel film di Amos Gitai, quel tratto di strada diventa qualcosa di molto più vasto di uno spazio geografico. È un corridoio dentro la storia, un luogo in cui secoli di conflitti, spostamenti, memorie e identità sembrano continuare a sovrapporsi. Gitai sceglie di concentrare lo sguardo anche sulla comunità beduina di Khan al-Ahmar, piccolo villaggio situato lungo quel percorso e segnato da ripetuti tentativi di evacuazione. Da qui il film allarga progressivamente il proprio orizzonte fino a trasformare la strada stessa in una metafora del rapporto tra passato e presente.

La cosa più interessante è che Gitai non prova mai a ordinare tutto in maniera tradizionale. The Road to Jericho non è una ricostruzione storica lineare e non è nemmeno un documentario didattico. È piuttosto un mosaico di frammenti, immagini e voci che costringe lo spettatore a partecipare attivamente. Il film sembra partire dall’idea che la storia non sia qualcosa di concluso, ma un materiale ancora vivo, continuamente reinterpretato e riattivato dagli eventi contemporanei. I luoghi diventano quindi archivi, le immagini diventano testimonianze e il presente si sovrappone al passato senza che sia possibile stabilire un confine netto.

Gitai sceglie il collage invece della spiegazione e rende il film più potente, ma anche più esigente

The Road to Jericho mescola filmati d’archivio, fotografie storiche, estratti letterari, sequenze tratte da opere precedenti e materiali provenienti da fonti differenti. Tra le voci utilizzate figurano anche quelle di Samuel Fuller e Jeanne Moreau. Non esiste una progressione immediatamente leggibile e, soprattutto nella prima parte, il montaggio può sembrare volutamente disorientante. Ma proprio questa frammentazione è parte del progetto. Gitai non vuole consegnare un discorso già organizzato: preferisce mostrare come significati diversi possano emergere dall’accostamento di immagini lontane tra loro.

È una scelta che funziona perché impedisce al film di ridursi a una semplice tesi. Ogni frammento cambia significato in relazione a quello che lo precede o lo segue. Un’immagine del passato può improvvisamente sembrare contemporanea, mentre un evento recente può assumere il peso di qualcosa che si ripete da secoli. Il film insiste in particolare su memoria, displacement e resistenza, ma evita di trasformare questi concetti in slogan. L’effetto è più sensoriale che argomentativo: The Road to Jericho lavora sulla persistenza delle immagini e sulla loro capacità di creare connessioni inattese.

In soli 75 minuti il film tenta un’impresa enorme, e proprio questa sproporzione diventa parte del suo fascino

La durata di appena 75 minuti rende ancora più evidente l’ambizione del progetto. Gitai prova a comprimere migliaia di anni di storia e conflitti in un viaggio brevissimo, consapevole che nessun film potrebbe davvero esaurire una materia di questa portata. Il rischio della semplificazione è enorme, ma il regista sceglie una via diversa: invece di fingere di avere una risposta, costruisce una serie di domande. Il film non offre soluzioni e non cerca un punto di arrivo definitivo. Chiede piuttosto allo spettatore di osservare come la storia continui a depositarsi sugli stessi luoghi e sulle stesse comunità.

Khan al-Ahmar diventa quindi molto più di un semplice punto sulla mappa. La vicenda della comunità beduina viene utilizzata come esempio concreto di una condizione più ampia, legata allo sradicamento, all’occupazione e alla lotta per restare. Il film mette in relazione questi elementi con una storia più lunga, senza pretendere di ridurli a una sola causa o a una sola lettura. Questa densità può rendere la visione impegnativa, soprattutto perché Gitai non facilita mai completamente il lavoro dello spettatore, ma proprio per questo l’opera mantiene una forza particolare.

Il risultato è un film che convince più come esperienza che come esposizione ordinata. Non tutto è immediatamente comprensibile e alcune associazioni possono sembrare inizialmente arbitrarie, ma il disegno complessivo emerge con il tempo. The Road to Jericho diventa così un’opera sul modo in cui ricordiamo, sul peso dei luoghi e sulla difficoltà di separare il presente da ciò che lo ha preceduto.

The Road to Jericho è quindi un film ambizioso, rigoroso e volutamente scomodo. Non cerca di rendere semplice una realtà complessa e non usa l’arte come decorazione di un discorso politico. Al contrario, Gitai sembra affidarsi proprio alla forma artistica per rendere visibili connessioni che un racconto più convenzionale rischierebbe di appiattire. Il film può risultare ostico e richiede attenzione continua, ma è proprio questa resistenza alla visione passiva a renderlo interessante. In un percorso di soli quaranta chilometri, Gitai trova uno spazio enorme in cui interrogare il passato e il presente, lasciando allo spettatore il compito più difficile: capire dove finisca davvero la storia e dove cominci ciò che stiamo ancora vivendo.