Father Joe spara prima e predica dopo | Kiefer Sutherland diventa un prete vigilante nella New York criminale: il film è assurdo, violento e stranamente irresistibile

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Barthélémy Grossmann dirige un action fuori misura scritto da Luc Besson, con Kiefer Sutherland e Al Pacino in una storia che mescola mafia, fede, arti marziali, virus e vendetta senza preoccuparsi minimamente della plausibilità.

Father Joe è il tipo di film che mette subito in chiaro le proprie regole: la realtà può aspettare. Barthélémy Grossmann dirige un action che sembra uscito da un’altra epoca, con una New York anni Novanta fatta di gangster, laboratori di droga, confessionali, armi nascoste dietro statue sacre e una quantità di violenza che sfiora volutamente il delirio. Al centro c’è Kiefer Sutherland nei panni di un sacerdote che non si limita a predicare contro il crimine, ma lo combatte direttamente, armato fino ai denti e perfettamente a suo agio nel distribuire colpi, proiettili e minacce.

La storia inizia quando il gangster Lino, interpretato da Michael Rispoli, si presenta in un laboratorio di droga credendo di essere al sicuro. Poco dopo, uno sconosciuto vestito di nero elimina i suoi uomini con precisione militare. È Father Joe, un prete con un passato da veterano che sembra aver trasformato la propria parrocchia in una specie di centrale operativa contro il narcotraffico. Il suo metodo è semplice solo in apparenza: costringe i criminali a confessarsi, li infetta con un virus artigianale letale nell’arco di sette giorni e concede loro un antidoto temporaneo soltanto se si presentano regolarmente in chiesa.

Il film trova il suo divertimento proprio nell’assurdità del suo protagonista

Quello che potrebbe sembrare materiale da parodia viene invece trattato con una convinzione sorprendente. Father Joe non è ironico perché il film lo deride, ma perché tutti i personaggi prendono sul serio qualcosa che è evidentemente enorme, improbabile e quasi fumettistico. La scena in cui più gangster si presentano alla Comunione per ricevere la loro dose di antidoto sintetizza perfettamente il tono dell’opera: sacrilego, grottesco, violentissimo eppure coerente con il proprio universo.

Sutherland funziona proprio perché non cerca mai di strizzare l’occhio allo spettatore. Il suo prete è segnato dal passato, dalla morte della moglie e dalla perdita della figlia per overdose, e queste ferite spiegano la sua crociata personale contro il mondo della droga. È un personaggio assurdo, ma il film gli concede abbastanza gravità da impedirgli di diventare soltanto una barzelletta. Accanto a lui arriva anche Felicity, sedicenne interpretata da Ever Anderson, giovane segnata dalla droga che finisce per avvicinarsi sempre di più al suo mondo.

Al Pacino resta sorprendentemente misurato mentre tutto intorno esplode

La seconda parte introduce Giu, boss criminale interpretato da Al Pacino, che si accorge degli effetti della guerra privata di Father Joe sul traffico di droga locale. Anche lui finisce coinvolto nel meccanismo del virus, ma reagisce in modo molto meno passivo rispetto agli altri gangster e porta rapidamente il conflitto su un livello superiore. È curioso che, in un film così volutamente sopra le righe, Pacino sia una delle presenze più contenute: lascia spazio a Sutherland e interpreta il proprio ruolo senza trasformarlo in una gara di eccessi.

Il film, però, non si accontenta della guerra alla droga. A un certo punto entra in scena anche una trama legata alla scomparsa di minori e a un ospedale privato sospettato di essere coinvolto in traffici di organi. È una deviazione che rende ancora più evidente quanto la sceneggiatura di Luc Besson sembri procedere per accumulo: quando un’idea è abbastanza folle, il film non la elimina, la aggiunge. Questo rende Father Joe irregolare, ma anche imprevedibile.

Quando la guerra tra Giu e il prete esplode definitivamente, Grossmann libera tutta la componente action. Sparatorie, combattimenti corpo a corpo, esplosioni e una lotta in ascensore particolarmente riuscita spingono il film verso un territorio quasi da exploitation. Il numero dei morti cresce rapidamente e la violenza non viene mai davvero moderata. Father Joe appartiene chiaramente a una tradizione di cinema d’azione in cui l’eccesso non è un difetto da correggere, ma una precisa dichiarazione estetica.

Il vero punto di forza è proprio questo. Father Joe non prova a essere elegante, moderno o realistico. Non vuole aggiornare il genere, vuole riportarlo a un’epoca in cui un film poteva avere un prete armato, un boss mafioso, una stanza segreta piena di fucili e un virus creato in casa senza preoccuparsi troppo di giustificare ogni dettaglio. In altri contesti sarebbe facile liquidarlo come ridicolo. Qui, invece, la convinzione assoluta con cui cast e regia trattano il materiale finisce per trasformare l’assurdità in energia.

Non tutto funziona allo stesso modo e la trama sembra spesso pronta a esplodere in direzioni diverse, ma proprio questa mancanza di controllo è parte del fascino. Father Joe è un film rumoroso, violento, ingenuo e consapevolmente anacronistico, più vicino a un fumetto impazzito che a un action contemporaneo. Non è raffinato e non vuole esserlo. Ma se si accetta il suo patto fin dall’inizio, diventa difficile non lasciarsi trascinare dalla sua follia.