
Roberto De Paolis Maino costruisce una black comedy anomala sul femminicidio, scegliendo di non interrogarsi su chi sia il colpevole ma su cosa accade quando persino una confessione di omicidio viene assorbita dalla normalità.
Serpenti comincia quando, in teoria, molti film sarebbero già finiti. Paolo Marra ha ucciso sua moglie. Lo sappiamo subito, lo sa lui e non esiste alcun mistero investigativo da risolvere. Il problema è un altro: Paolo vuole costituirsi e scoprire rapidamente che farsi riconoscere come assassino può essere molto più complicato del previsto. Roberto De Paolis Maino costruisce su questo paradosso un film che affronta un tema gravissimo scegliendo una forma pericolosa, quella della commedia nera, e proprio per questo riesce almeno a evitare il percorso più prevedibile.
Interpretato da Leonardo Lidi, Paolo ha trascorso tre giorni in casa con il corpo della moglie prima di decidere di confessare. È stremato, confuso, incapace di spiegare davvero perché abbia compiuto quel gesto. Non cerca un alibi e non sembra interessato a costruirsene uno: vuole essere punito. Da qui inizia un percorso quasi surreale attraverso una questura, un avvocato, incontri casuali e situazioni che continuamente spostano la sua colpa su un piano burocratico, professionale o perfino simbolico. L’effetto straniante nasce proprio dal contrasto tra ciò che Paolo ha fatto e la banalità delle reazioni che incontra.
La scelta più forte di Serpenti è non trasformare Paolo in un mostro rassicurante
Il film avrebbe potuto rendere tutto più semplice costruendo Paolo come una creatura riconoscibilmente malvagia. Non lo fa. Ed è una decisione importante, perché permette a Serpenti di affrontare un punto molto più scomodo: un femminicida può avere un volto ordinario, parlare con educazione, provare rimorso e continuare comunque a essere responsabile di un atto irreparabile. Comprendere il personaggio non significa attenuarne la colpa. Al contrario, sottrargli l’eccezionalità rende ciò che ha fatto ancora meno consolatorio.
Leonardo Lidi sostiene quasi interamente questa ambiguità. Paolo appare consumato, svuotato, a tratti quasi infantile nel modo in cui chiede agli altri di dirgli cosa deve fare. Ma il film non permette che questa fragilità diventi una richiesta di assoluzione. È come se l’uomo avesse improvvisamente bisogno dello Stato per restituire un ordine morale a qualcosa che lui stesso ha distrutto. Vuole una cella, una procedura, una condanna. Vuole che qualcuno pronunci finalmente la gravità del suo gesto al posto di un mondo che sembra incapace di farlo.
Borghi, Castellitto e Golino trasformano la società in una serie di porte laterali
Attorno a Paolo compaiono figure che appartengono a registri diversi. Alessandro Borghi interpreta un poliziotto la cui reazione alla confessione è filtrata dalla stanchezza e dagli automatismi del lavoro quotidiano. Pietro Castellitto è invece l’avvocato che affronta la vicenda attraverso la logica della difesa, cioè cercando inevitabilmente di trasformare la colpa in qualcosa di negoziabile. Valeria Golino introduce infine un elemento ancora diverso attraverso la lettura dei Tarocchi, come se, una volta falliti i linguaggi istituzionali, fosse necessario cercarne un altro per dare una forma all’accaduto.
Queste deviazioni permettono al film di lavorare sull’assurdo senza trasformarlo necessariamente in farsa. Il meccanismo comico nasce dal fatto che Paolo prende tremendamente sul serio ciò che ha fatto mentre chi gli sta intorno continua ad avere altre priorità. Un colloquio fondamentale può svolgersi al tavolino di un bar, una confessione può scontrarsi con procedure e incombenze, e la tragedia privata viene continuamente ridimensionata dalla routine degli altri. È qui che Serpenti diventa più interessante: non quando invita a ridere della situazione, ma quando rende evidente quanto sia inquietante che si possa ridere senza che il delitto perda peso.
La sceneggiatura, firmata da Roberto De Paolis Maino insieme a Damiano e Fabio D’Innocenzo, procede per incontri e stazioni più che attraverso una trama tradizionale. Questo rende il film volutamente irregolare. Alcuni personaggi rischiano di sembrare soprattutto funzioni costruite per mettere Paolo davanti a una nuova forma di deresponsabilizzazione o indifferenza. È il limite principale di un’opera che vuole essere anche un apologo: quando il significato di una situazione è troppo evidente, il mondo smette per un momento di sembrare reale e lascia intravedere il dispositivo che lo ha costruito.
La regia compensa però attraverso uno stile controllato, fatto di geometrie, corridoi, attese e corpi lasciati nell’inquadratura abbastanza a lungo da produrre disagio. Anche l’immagine iniziale del serpente digitale richiama un movimento che continua a restringere il proprio spazio. Paolo cerca una via d’uscita dalla colpa attraverso la punizione, ma ogni tentativo sembra riportarlo allo stesso punto. Non può cancellare ciò che è accaduto e non può nemmeno ottenere rapidamente quella condanna che immaginava come una forma di ordine.
Serpenti è quindi più riuscito quando smette di essere semplicemente una black comedy sulla burocrazia e diventa una storia sulla difficoltà collettiva di attribuire peso alle responsabilità. Il rischio di trasformare un femminicidio in un dispositivo grottesco è enorme e il film cammina continuamente sul bordo, non sempre con la stessa precisione. Ma la sua idea centrale resta disturbante: Paolo ha finalmente compreso di aver compiuto qualcosa di irreparabile proprio nel momento in cui scopre che la società intorno a lui possiede moltissimi strumenti per amministrare una colpa e molti meno per guardarla davvero.
