Citizen Osama racconta Gaza senza alzare la voce | Un padre e giornalista attraversa un anno di guerra quotidiana: il film colpisce proprio perché non cerca lo shock

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Ahmed Hassouna segue per un anno l’amico e collega Osama Al-Ashi, costruendo un documentario essenziale in cui la guerra entra nella vita di tutti i giorni fino a confondersi con la routine.

Citizen Osama sceglie una strada che potrebbe sembrare troppo semplice e che invece diventa la sua qualità principale. Ahmed Hassouna non costruisce un grande affresco sulla guerra a Gaza, non organizza il materiale attorno a una tesi solenne e non cerca continuamente immagini capaci di sopraffare lo spettatore. Segue invece Osama Al-Ashi, amico e giornalista rimasto nel nord di Gaza, durante un arco di circa un anno, dalla nascita del figlio Soheib a metà 2024 fino al suo primo compleanno. È attraverso questa continuità temporale che il film riesce a mostrare qualcosa di particolarmente difficile: come l’eccezionale possa diventare quotidiano.

Osama è contemporaneamente padre, figlio, marito e reporter. Indossa il giubbotto della stampa, esce di casa per documentare bombardamenti e distruzioni, torna dalla famiglia, cerca cibo, ascolta le preoccupazioni del padre e osserva crescere il figlio. La guerra non interrompe la vita: la invade. Il film lavora proprio su questa sovrapposizione, senza creare una separazione netta tra i momenti apparentemente normali e quelli più drammatici. Una ricerca di latte o farina può assumere lo stesso peso di un’esplosione perché entrambe appartengono ormai alla stessa condizione di sopravvivenza.

La forza del film sta nel rifiutare la spettacolarizzazione del dolore

Hassouna mantiene una forma volutamente scarna. Il documentario dura 69 minuti e procede cronologicamente attraverso frammenti che si accumulano più che costruire una progressione drammatica tradizionale. Vediamo Osama con il figlio appena nato, le conseguenze di attacchi che distruggono abitazioni vicino al quartiere di Shujaiya, volantini di evacuazione che cadono dal cielo, persone che cercano di seppellire i propri morti e giornalisti che continuano a lavorare nonostante il pericolo.

Questa scelta evita un problema frequente nei racconti di guerra: la necessità di rendere ogni immagine più terribile della precedente. Citizen Osama non sembra interessato a creare una graduatoria dell’orrore. Mostra piuttosto come la violenza possa modificare la percezione del tempo. Anche i missili finiscono per entrare nel paesaggio sonoro quotidiano, mentre le persone continuano a parlare, scherzare, pregare, cercare cibo o trascorrere qualche minuto vicino al mare.

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Osama diventa interessante perché il film non lo trasforma in un simbolo

La parte più riuscita è il ritratto del protagonista. Osama non viene presentato soltanto come giornalista coraggioso o come vittima di una situazione più grande di lui. La sua famiglia mette continuamente in discussione le sue scelte. Il padre gli chiede perché continui a rischiare la vita per realizzare servizi, anche per emittenti internazionali come Channel 4, quando potrebbe perdere il proprio unico figlio. È una domanda alla quale il film non dà una risposta definitiva, ma che rende concreta la tensione tra responsabilità professionale e responsabilità familiare.

Anche la morte dei colleghi entra nel racconto senza essere isolata dal resto. Osama piange, partecipa al trasporto dei corpi e continua comunque a lavorare. Tra i giornalisti ricordati c’è Ismail al-Ghoul. Il film mostra così una professione che, in questo contesto, non ha più nulla di astratto: raccontare quello che accade significa esporsi direttamente alle stesse condizioni che si stanno documentando.

È importante anche ciò che Citizen Osama non sviluppa completamente. Il film avrebbe potuto approfondire maggiormente il lavoro quotidiano dei giornalisti rimasti a Gaza, la loro organizzazione, le relazioni professionali o il ruolo della moglie di Osama, Reem, che rimane più ai margini. Questa struttura da diario rende alcune figure secondarie meno definite. Ma una maggiore costruzione narrativa avrebbe probabilmente cambiato anche la natura dell’opera, che basa buona parte della propria efficacia sulla sensazione di osservare la vita mentre accade.

Ci sono momenti minuscoli che restano più impressi di molte immagini traumatiche. La madre di Osama scopre che non c’è farina utilizzabile per preparare una torta al nipote e accetta con una sorta di rassegnazione pratica che si farà senza. Osama cerca alimenti per il bambino. Dei bambini raccolgono lumache vicino al mare mentre dall’alto vengono lanciati aiuti insufficienti. Persino le battute continuano a esistere. Sono dettagli che impediscono al film di trasformare le persone in semplici corpi dentro una cronaca di guerra.

Citizen Osama funziona proprio perché non pretende di rappresentare tutta Gaza attraverso un singolo uomo. Ahmed Hassouna restringe invece radicalmente il campo e lascia che un anno di vita familiare e professionale produca da solo il proprio significato. Il risultato non ha bisogno di una forma spettacolare: ciò che sconvolge è vedere quanto una famiglia possa continuare ad adattarsi a condizioni che non dovrebbero mai diventare normali. Il film non cerca di rendere la guerra più grande; fa l’opposto, la porta alla misura di una casa, di un bambino che cresce e di un padre che ogni giorno esce con una telecamera senza sapere cosa troverà al ritorno.