
Presentato alle Giornate degli Autori, il debutto di Kuba Dorabialski trasforma il blocco creativo di una scrittrice in un racconto irrequieto su appartenenza, trauma e appropriazione.
Raccontare il lavoro di uno scrittore al cinema è sempre complicato. Gran parte del processo creativo avviene infatti in uno spazio invisibile, fatto di idee, ripensamenti, cancellazioni e improvvise accelerazioni che difficilmente possono essere tradotte in immagini. Agata the Writer, esordio nel lungometraggio del videoartista Kuba Dorabialski, parte proprio da questa difficoltà, ma la utilizza per costruire qualcosa di più ampio del classico film sul blocco dello scrittore. Presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, il film intreccia infatti scrittura, identità migrante, memoria storica, turismo del trauma e appropriazione culturale, mantenendo volutamente instabile il confine tra ciò che appartiene alla protagonista e ciò che lei tenta di prendere in prestito dagli altri.
Al centro della storia c’è Agata, interpretata da Mia Wasikowska, scrittrice polacco-australiana che ha ottenuto un certo successo con alcuni romanzi satirici e che ora vorrebbe affrontare un progetto più serio. L’idea è raccontare il rapporto tra un padre e una figlia durante la guerra in Bosnia. Per documentarsi, Agata decide di trasferirsi per alcuni mesi a Sarajevo, convinta di poter trovare una qualche affinità slava tra le proprie origini polacche e una città che, in realtà, conosce pochissimo. È da questa presunta vicinanza che nasce progressivamente la distanza più importante del film: più Agata cerca di comprendere il luogo e la sua storia, più diventa evidente quanto la sua posizione sia quella di un’estranea.
Mia Wasikowska tra blocco creativo, disagio e senso di estraneità
Dorabialski presenta Sarajevo come una città fredda, umida e attraversata da un vento quasi costante. Non appare ostile, ma neppure disposta ad adattarsi allo sguardo di chi arriva dall’esterno. In una delle prime sequenze compare persino un tecnico del suono, interpretato dallo stesso regista, impegnato a registrare quel rumore naturale lungo una strada deserta. È un dettaglio che anticipa il modo in cui Agata the Writer lavora sulle deviazioni e sugli elementi apparentemente marginali. Anche la narrazione introduttiva, ironica e leggermente distaccata, chiarisce fin da subito che il film non seguirà una traiettoria convenzionale. Agata vorrebbe immergersi nella città per scrivere, ma finisce invece per mettere continuamente in discussione il diritto stesso di raccontare ciò che sta osservando.
Fondamentale diventa l’incontro con Jasmina, regista teatrale locale interpretata da Vedrana Božinović. Il suo modo diretto di parlare mette immediatamente in evidenza le ingenuità della protagonista. Quando Agata le chiede con eccessiva leggerezza se abbia “apprezzato” gli anni della guerra, Jasmina reagisce ricordandole che si trattava di un genocidio. La scena concentra uno dei nodi più forti del film: la distanza tra chi trasforma il dolore storico in materiale narrativo e chi quel dolore lo ha realmente vissuto. Anche l’amica ed editor Davina, interpretata da Mia Morrissey, incoraggia Agata a proseguire, ma il dubbio sulla legittimità del progetto continua a crescere. Nel frattempo, qualcuno sembra entrare ripetutamente nella casa piena di opere d’arte in cui la scrittrice soggiorna. Il furto diventa così un riflesso simbolico del suo disagio: mentre teme che qualcuno sottragga oggetti dalla casa, Agata comincia a chiedersi se non stia facendo qualcosa di simile con storie e memorie che non le appartengono.

Un esordio irregolare che trasforma la scrittura nella forma del film
La prova di Mia Wasikowska è centrale proprio perché evita di trasformare il disagio di Agata in un conflitto esplicito. La sua interpretazione vive di esitazioni, movimenti incerti, tono sommesso e continui ripensamenti. La protagonista sembra interrogare ogni frase ancora prima di pronunciarla e la stessa insicurezza che accompagna la scrittura finisce per contaminare la sua identità. Dorabialski porta questa condizione anche nella struttura del film. A un certo punto abbandona quasi tutte le linee narrative aperte e lascia spazio al testo incompleto di Agata, ascoltato in voce fuori campo mentre l’azione sembra fermarsi. Il materiale scritto assomiglia peraltro più a una sceneggiatura che a un romanzo, suggerendo per un momento la possibilità che il film possa ripiegarsi su se stesso. Agata the Writer, però, evita deliberatamente una soluzione così ordinata.
È proprio questa disponibilità a perdere il filo, lasciare questioni sospese e imboccare strade apparentemente inutili a rendere l’esordio di Kuba Dorabialski coerente con ciò che racconta. Il regista firma personalmente sceneggiatura, fotografia, montaggio e musica, costruendo un’opera fortemente controllata ma allo stesso tempo volutamente sfuggente. Il film non vuole offrire una spiegazione definitiva sulla possibilità di appropriarsi delle storie altrui né trasformare Agata in una figura da assolvere o condannare. Preferisce mostrare la solitudine di chi cerca una storia e la difficoltà di capire quando quella storia possa davvero essere raccontata. Ne nasce un’opera piccola, intelligente e volutamente irregolare, che utilizza il fallimento creativo non come semplice ostacolo narrativo, ma come forma stessa del racconto. E proprio quando sembra rifiutarsi di arrivare da qualche parte, Agata the Writer trova la sua idea più precisa: scrivere significa anche accettare che non tutte le storie siano disponibili, comprensibili o destinate a trovare una forma compiuta.
