
Luke Lorentzen osserva per un anno gli artigiani del Brooklin Boat Yard mentre costruiscono il Kiandra, trasformando il lavoro manuale in un racconto silenzioso su competenza, comunità e differenze sociali.
Non servono grandi conflitti per costruire un film capace di catturare l’attenzione. In Boatbuilders, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, il regista Luke Lorentzen sceglie di osservare uomini al lavoro, lasciando che siano il rumore degli attrezzi, il legno lavorato e il passare delle stagioni a determinare il ritmo del racconto. Il documentario entra nel Brooklin Boat Yard, piccolo cantiere affacciato su un tranquillo porto del Maine, specializzato nella realizzazione di yacht di alto livello. La nuova commissione arriva dal finanziere milionario Graham Green: un’imbarcazione a vela da crociera di 56 piedi, battezzata Kiandra e progettata per accompagnarlo in un viaggio intorno al mondo.
La barca è sofisticata, con piani di lavoro in acero e persino un sistema audio Sonos, ma Lorentzen dedica molta più attenzione alle mani che devono trasformare il progetto in qualcosa capace di galleggiare. Il regista segue l’intero processo, dal taglio del legname fino al varo, attraversando quasi dodici mesi. L’estate lascia spazio all’autunno, le foglie cambiano colore, arriva la neve e infine ritorna la primavera. Dentro il cantiere, però, il lavoro procede. Si pialla, si incolla, si misurano tavole e si montano componenti mentre gli artigiani parlano delle proprie vite. Dopo Midnight Family del 2019 e A Still Small Voice del 2023, Lorentzen approfondisce così il proprio cinema d’osservazione immergendosi completamente in una comunità professionale.
La costruzione del Kiandra diventa il ritratto di una comunità
La domanda che attraversa Boatbuilders è semplice: il protagonista è il veliero oppure sono gli uomini che lo costruiscono? Lorentzen sembra suggerire che sia impossibile separarli. Ogni parte del Kiandra porta con sé le conoscenze accumulate dai lavoratori e, allo stesso tempo, la complessità dell’imbarcazione costringe il gruppo a collaborare. Il responsabile del cantiere Brian Larkin insiste proprio sulla dimensione collettiva e cerca di accompagnare il falegname Trent Glisson verso un ruolo di maggiore responsabilità come project manager. Trent, giovane padre riconoscibile anche per la lunga barba, diventa così la figura più vicina a un protagonista tradizionale.
La promozione, però, porta con sé insicurezze nuove. Trent teme di non essere all’altezza, si preoccupa per il budget dell’imbarcazione e comprende di dover imparare a prendere decisioni con maggiore sicurezza. Durante una videochiamata con Green per aggiornare il cliente sull’avanzamento dei lavori, il suo disagio rende la conversazione particolarmente difficile. Il finanziere paragona allora la squadra alle anatre su uno stagno: tranquille in superficie, ma impegnate a muovere freneticamente le zampe sott’acqua. È un’immagine che descrive bene anche il film. Boatbuilders appare sereno, quasi privo di tensione, mentre sotto questa calma si accumulano responsabilità, problemi professionali e passaggi personali decisivi. Persino quando un artigiano viene licenziato, Lorentzen evita di trasformare l’episodio in uno spettacolo: ne veniamo informati attraverso la riunione successiva e il lavoratore non viene identificato, anche per rispetto di una comunità molto piccola.
Dietro lo yacht di lusso affiora la distanza tra chi costruisce e chi possiede
La discrezione del documentario non impedisce però di intravedere una questione sociale. Gli uomini del Brooklin Boat Yard sembrano soddisfatti del proprio lavoro e la loro quotidianità segue ritmi concreti: timbrano il cartellino, spazzano via i trucioli, montano le tavole sulla struttura e trasmettono esperienza ai colleghi più giovani. Fuori dal cantiere raccolgono mele in autunno e pescano sul ghiaccio durante l’inverno. Non c’è una dichiarazione politica esplicita, ma la distanza tra chi possiede il capitale necessario per commissionare un’imbarcazione di questo livello e chi possiede le competenze necessarie per costruirla diventa progressivamente impossibile da ignorare. Uno degli stessi lavoratori riassume brutalmente questa consapevolezza definendo la squadra semplicemente come “quelli che aiutano”.
La contraddizione emerge soprattutto quando Graham Green arriva finalmente per prendere possesso del Kiandra. È lui il proprietario dell’imbarcazione, ma gli uomini che gliela consegnano conoscono ogni centimetro della barca infinitamente meglio di lui. Il varo dovrebbe rappresentare soltanto il momento liberatorio dopo mesi di lavoro e invece lascia emergere una sottile malinconia. Per Trent, soprattutto, si chiude un anno enorme: ha conquistato maggiore sicurezza professionale, ha provveduto alla propria famiglia, ha accolto un bambino e ne ha salutato un altro. Quando il lavoro è terminato, non sale sul grande yacht che ha contribuito a costruire. Prende la sua piccola barca, accende il motore fuoribordo e attraversa la baia per tornare a casa. È in questa distanza tra il Kiandra da 56 piedi e quella minuscola imbarcazione che Boatbuilders trova forse la sua immagine più significativa: il lusso appartiene al cliente, ma il sapere, la pazienza e la vera storia della barca rimangono nelle mani di chi l’ha costruita.
