Dove le lacrime aspettano arriva a Venezia | Tre fratelli soli affrontano una notte senza la madre: il momento in cui l’infanzia si spezza

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In concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 83, il cortometraggio di Caterina Bertini e Blu Diego Fasoli trasforma l’attesa di una madre in un doloroso rito di passaggio verso l’età adulta.

Tre fratelli giocano nel fango mentre gli ultimi raggi del sole illuminano le pozze d’acqua della Caldara di Manziana. Zoe, interpretata da Sophia Burelli, è l’adolescente che dovrebbe occuparsi dei più piccoli Ettore e Marta, interpretati rispettivamente da Ludovico Carissimi e Chiara Cassiano. La madre non c’è e i ragazzi aspettano che torni, apparentemente abituati a trascorrere del tempo da soli. Un errore di Zoe, però, li lascia chiusi fuori dal villino. Quello che potrebbe essere soltanto un inconveniente diventa il punto di partenza di Dove le lacrime aspettano, cortometraggio scritto e diretto da Caterina Bertini e Blu Diego Fasoli, presentato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Prodotto da CamFilm e BigFish e distribuito da Premiere Film, il corto concentra la propria storia nell’arco di una notte. Quando arriva il buio, la casa chiusa smette di essere soltanto un problema pratico. I rumori acquistano un significato diverso, l’ambiente familiare diventa improvvisamente estraneo e l’assenza della madre assume un peso sempre maggiore. La vicenda è essenziale, ma proprio questa semplicità permette al film di lavorare sulla percezione dei tre protagonisti. La paura più importante non riguarda ciò che potrebbe nascondersi nella notte: riguarda la possibilità che l’adulto sul quale hanno sempre fatto affidamento possa non tornare. L’attesa diventa così il confine tra ciò che i ragazzi erano prima e quello che saranno costretti a diventare.

Una porta chiusa separa i tre fratelli dalla loro infanzia

L’immagine della casa assume un ruolo decisivo. Zoe, Ettore e Marta sono letteralmente bloccati fuori dal luogo che dovrebbe rappresentare protezione, ordine e familiarità. All’interno ci sono gli oggetti conosciuti e lo spazio regolato dagli adulti; all’esterno rimangono il buio, la natura e l’incertezza. Dove le lacrime aspettano rende quindi concreta una condizione psicologica: i protagonisti si trovano su una soglia. L’errore di Zoe aggiunge inoltre il tema della responsabilità. Essendo la maggiore, deve affrontare le conseguenze di ciò che è successo e occuparsi dei fratelli senza poter delegare la decisione a un adulto. La crescita non viene raccontata come una conquista desiderata, ma come qualcosa imposto dalle circostanze.

Il paesaggio contribuisce in modo fondamentale a questa trasformazione. La Caldara di Manziana, inizialmente associata al gioco, all’acqua e alle risate dei fratelli, cambia progressivamente aspetto quando cala la notte. Il familiare diventa indecifrabile e il fuori campo acquista forza: un rumore può suggerire una presenza, il bosco può trasformarsi in un territorio minaccioso e l’immaginazione infantile riempie ciò che gli occhi non riescono a vedere. Ettore arriva a rifugiarsi nel bosco, forse cercando la madre, forse tentando di affrontare una verità che aveva già intuito. Il film non ha bisogno di mostrare continuamente il pericolo, perché sono i bambini stessi a produrlo attraverso la paura. Senza una voce adulta pronta a rassicurarli, ogni dettaglio può diventare una minaccia.

L’attesa della madre diventa un doloroso rito di passaggio

La madre assente è il centro invisibile attorno al quale ruota l’intero cortometraggio. Il confronto con Aspettando Godot di Samuel Beckett offre una possibile chiave per leggere questa condizione: ciò che conta non è soltanto che qualcuno manchi, ma il modo in cui l’attesa di quel ritorno organizza la vita di chi resta. Zoe, Ettore e Marta aspettano che una porta venga aperta, che una voce familiare interrompa la notte e che un adulto ripristini il mondo precedente. Ma proprio il prolungarsi dell’assenza li costringe a smettere progressivamente di aspettare e a decidere autonomamente cosa fare. A differenza dei personaggi beckettiani, i tre fratelli non possono restare immobili: la notte li obbliga ad agire.

È questa scelta a distinguere Dove le lacrime aspettano dal coming-of-age più tradizionale. Bertini e Fasoli non concentrano la crescita sulla scoperta del desiderio o sulla ribellione, ma sulla responsabilità e sulla perdita della certezza che qualcuno arriverà sempre a proteggerci. Le lacrime finali di Ettore, seguite da quelle di Zoe e Marta, diventano allora qualcosa di diverso dalla semplice reazione alla paura: segnano la consapevolezza di una soglia attraversata. Il film non presenta l’età adulta come il momento in cui finalmente comprendiamo il mondo, ma come quello in cui scopriamo che potrebbe non esserci nessuno in grado di spiegarcelo. In una sola notte, la casa resta chiusa, la madre continua a mancare e i tre fratelli imparano lentamente a stare dentro quell’assenza. È proprio lì, mentre aspettano ancora qualcuno che li riporti al sicuro, che la loro infanzia comincia silenziosamente a restare dall’altra parte della porta.