Quando la normalità diventa una gabbia | Anna Foglietta debutta alla regia con Una storia: il limite è una forma troppo perfetta

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Anna Foglietta esordisce dietro la macchina da presa con un film intimo su una coppia di provincia, sostenuto da Alba Rohrwacher e Guido Caprino ma appesantito da una ricerca estetica fin troppo insistita.

Raccontare la normalità è molto più difficile di quanto sembri. Per il suo esordio alla regia, Anna Foglietta sceglie proprio questa sfida e costruisce Una storia attorno a una coppia comune, inserita in una quotidianità fatta di gesti ripetuti, lavoro, famiglia e silenzi. Il film nasce con un’intenzione chiara: mettere al centro persone che non hanno nulla di eccezionale, ma che proprio per questo dovrebbero risultare riconoscibili. Il problema è che questa semplicità viene progressivamente avvolta da una messa in scena molto controllata, quasi ossessivamente composta, che finisce per creare una distanza tra i personaggi e lo spettatore.

La sceneggiatura, firmata da Foglietta insieme a Tania Pedroni e Matteo Ferri, segue Erika e Mauro, interpretati da Alba Rohrwacher e Guido Caprino. Vivono in provincia e conducono un’esistenza scandita dalle abitudini. Lei lavora come cassiera in un supermercato, lui nell’impresa edile del padre, interpretato da Elio De Capitani, uomo poco incline all’empatia. La figlia Irene, a cui dà volto Ksenia Borzak, decide di partire per studiare e la sua assenza apre una crepa inattesa. Quello che fino a quel momento sembrava un equilibrio stabile si rivela molto più fragile, facendo emergere insoddisfazioni e domande che la routine aveva tenuto nascoste.

Alba Rohrwacher e Guido Caprino dentro il vuoto di una coppia

Il punto di partenza è volutamente minimo, e proprio da questa quotidianità il film tenta di allargare il proprio discorso verso temi più universali: l’incomunicabilità, l’alienazione, la paura che una vita apparentemente completa possa improvvisamente sembrare insufficiente. Erika arriva a domandarsi se “sia tutto qui”, mettendo in discussione non tanto un’esistenza drammatica quanto una normalità che ha perso significato. È un passaggio delicato, perché il rischio di trasformare il malessere in qualcosa di costruito è sempre presente. Una storia cerca infatti di attribuire un peso enorme a un evento semplice come la partenza della figlia, utilizzandolo come detonatore di una crisi più profonda.

La direzione degli interpreti è uno degli aspetti più solidi dell’esordio di Foglietta. Alba Rohrwacher e Guido Caprino riescono a dare consistenza a personaggi che potrebbero facilmente scivolare nell’astrazione, mentre il racconto guarda esplicitamente a un certo cinema indipendente americano, evocando atmosfere e approcci riconducibili a registi come Alexander Payne e Noah Baumbach. Il film cerca quindi di osservare persone di provincia con la stessa attenzione riservata alle grandi crisi esistenziali, ma non sempre trova una misura capace di rendere questa scelta davvero naturale. In alcuni momenti il melodramma sembra forzare la mano rispetto alla semplicità iniziale.

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La ricerca estetica rischia di soffocare il sentimento

È soprattutto sul piano visivo che Una storia mostra contemporaneamente le proprie qualità e i propri limiti. La fotografia di Andrea Benjamin Manenti è estremamente curata, mentre Foglietta sceglie Alain Parroni, regista di Una sterminata domenica, come operatore di macchina. Il risultato è una successione di immagini precise, studiate, spesso molto belle. Ma proprio questa attenzione alla forma finisce talvolta per entrare in conflitto con il racconto di una vita ordinaria. Il film vorrebbe trovare poesia nel quotidiano, ma sembra volerla costruire con tale accuratezza da togliere spazio all’imperfezione, al caso e a quella disarmonia che spesso rende credibili i rapporti umani.

Il debutto di Anna Foglietta resta comunque un lavoro sentito e ambizioso, animato dal desiderio evidente di raccontare personaggi lontani dall’eccezionalità e di dare dignità cinematografica alle loro fragilità. Il cast sostiene bene questa intenzione e la cura tecnica non è mai trascurabile. Ciò che manca, però, è forse un po’ di libertà. Una storia sembra voler controllare ogni dettaglio proprio mentre racconta personaggi che avrebbero bisogno di respirare, sbagliare e contraddirsi. Per un esordio è un limite comprensibile, ma resta significativo: Foglietta dimostra di avere uno sguardo, forse deve ancora fidarsi abbastanza della realtà da lasciarla entrare senza metterla sempre perfettamente in ordine.