
Bunker mette insieme Penélope Cruz, Javier Bardem e Florian Zeller in un dramma su denaro, privilegio e isolamento, ma il risultato non raggiunge la profondità emotiva dei film precedenti del regista.
Florian Zeller prova a cambiare passo con Bunker, primo film da lui scritto direttamente per il cinema e non adattato da una propria opera teatrale. Dopo The Father e The Son, il regista francese torna a osservare una famiglia in crisi, questa volta affidandosi a una coppia di enorme richiamo come Penélope Cruz e Javier Bardem. L’ambizione è evidente: raccontare alienazione, disuguaglianza, privilegio e paura attraverso un thriller domestico. Il problema è che proprio questi temi, pur dichiarati con chiarezza, restano spesso sullo sfondo, mentre il film preferisce appoggiarsi a dinamiche da home invasion e a un crescendo di tensione che non sempre riesce a convincere.
Cruz e Bardem interpretano Sofia e Miguel, una coppia spagnola elegante e benestante che vive a Londra con due figlie adolescenti. Sofia lavora nell’editoria e si occupa di letteratura straniera tradotta per un editore britannico, mentre Miguel è un architetto di fama internazionale, abituato a considerare il proprio lavoro senza confini geografici. La loro vita appare stabile fino a quando un miliardario della tecnologia, interpretato da Paul Dano, propone a Miguel un incarico straordinariamente redditizio: progettare alle Hawaii un gigantesco bunker di lusso destinato alla sopravvivenza. È l’offerta che trasforma un conflitto etico in una crepa matrimoniale.
Il bunker diventa il simbolo di una coppia che si sta isolando
Sofia rifiuta immediatamente l’idea che il marito possa lavorare per un uomo tanto ricco da voler comprare una via di fuga dai problemi del mondo. Per lei, accettare significa mettersi al servizio di quel tipo di potere che contribuisce a produrre le stesse disuguaglianze dalle quali il bunker dovrebbe proteggere. Miguel, invece, è attirato dal compenso e comincia a considerare seriamente il progetto, provocando nella moglie una domanda molto semplice e molto più pericolosa: è ancora l’uomo di cui si era innamorata? In questa frattura, Bunker intravede il film più interessante che avrebbe potuto essere, soprattutto durante una lunga discussione coniugale in cui Cruz e Bardem hanno finalmente lo spazio per mettere in scena rancori, delusioni e differenze profonde.
Parallelamente, Sofia si avvicina a un giovane scrittore interpretato da Patrick Schwarzenegger, mentre Miguel entra in conflitto con il vicino di casa, interpretato da Stephen Graham, che ha realizzato senza autorizzazione una finestra affacciata sul suo giardino. È qui che il titolo acquista il suo significato più evidente: Miguel non sta soltanto valutando la costruzione di un rifugio per un miliardario, ma sembra già rinchiudersi in un proprio bunker fatto di orgoglio, privilegio e distanza emotiva. L’intuizione è leggibile e coerente, ma il film tende a ribadirla invece di approfondirla davvero, trasformando talvolta il simbolo in una spiegazione troppo evidente.

Quando il thriller prende il sopravvento, il film perde profondità
Zeller ha indicato come riferimento Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, con Tom Cruise e Nicole Kidman, e in alcuni momenti si può intravedere anche qualcosa della freddezza domestica e della tensione sociale di Hidden di Michael Haneke. Bunker, però, non raggiunge la stessa capacità di rendere inquietante ciò che resta invisibile. Ci sono dettagli riusciti, come il cameo di Eileen Atkins o la presenza dell’agente interpretato da Mark Gatiss, esasperato dalle esitazioni morali di Miguel. Funziona anche la trovata dei “fog cannon”, dispositivi di sicurezza pensati per riempire la casa di fumo in caso di intrusione, elemento che introduce una vena quasi comica dentro un ambiente dominato dalla paranoia.
È nel finale che i limiti diventano più evidenti. La componente violenta arriva senza la forza necessaria e la risoluzione appare troppo sbrigativa, al punto che un personaggio fuori campo deve successivamente spiegare in poche parole cosa sia accaduto. È un segnale di quanto il film abbia privilegiato il meccanismo del thriller rispetto alla precisione emotiva. Penélope Cruz e Javier Bardem restano interpreti capaci di sostenere ogni passaggio, ma Bunker non sfrutta fino in fondo la loro presenza né il conflitto che li divide. Zeller aveva tra le mani una storia potenzialmente esplosiva su ricchezza, paura e responsabilità morale; sceglie invece una strada più stretta, lasciando che il film si chiuda proprio dentro quella metaforica struttura dalla quale avrebbe avuto bisogno di uscire.
